Il Punto di Mauro Masi. La Rete ha rivoluzionato il mondo della musica. Nel 2017 per la prima volta gli introiti provenienti dallo streaming legale hanno superato quelli provenienti dalle vendite fisiche e digitali

Nella settimana di San Remo, parliamo un po’ di musica. Uno dei primi settori ad essere stato totalmente rivoluzionato dall’avvento della Rete è stata proprio l’industria (ma qui il termine va inteso in una accezione molto ampia) della musica. All’inizio si è avuto il boom dello streaming e del downloading illegale  e l’esplosione della pirateria in Rete.

Qualcosa che è anche simbolicamente riassunto nell’epopea di Napster il primo sistema “peer to peer” di massa che divenne disponibile nell’estate del 1999; Napster era un programma di scambio e condivisione di file musicali che, almeno  all’origine, ignorava i diritti dei creatori della musica, per questo fu messo sotto processo e nel luglio 2001 un giudice americano ne ordinò la chiusura imponendo anche un pagamento di 26 milioni di dollari come risarcimento delle violazioni del passato. Seguirono una serie di vicissitudini, tra cui un tentativo di vendita alla tedesca Bertelsmann AG che non andò in porto,  fino alla liquidazione nel settembre del 2002.

La seconda rivoluzione portata all’industria musicale dalla Rete è stata poi quella di i Tunes l’applicazione di Apple che permetteva di organizzare gratuitamente la propria libreria musicale in Playlist. Ebbe un successo  dirompente: tant’è che le vendite al dettaglio di prodotti musicali nel principale mercato del mondo, quello USA, dimezzarono in soli  cinque anni dal 1999 al 2004 (da 14,6 a 6,7 miliardi di dollari). La terza rivoluzione della musica in Rete nasce nel 2008 in Svezia per opera di un geniale programmatore Daniel EK ed è Spotify. Questo è un servizio che offre lo streaming on demand di selezione di brani musicali di varie case discografiche ed etichette indipendenti; all’inizio era gratuito poi ha sviluppato anche un programma “legale” cioè a pagamento e che riconosce  royalties (peraltro di modesta entità) agli aventi diritto. Spotify ha avuto una crescita notevolissima, ora ha più di 75 milioni di utenti (con circa 40 milioni di abbonati paganti) e gestisce oltre 2 miliardi di playlist musicali. Tutto ciò ha portato al risultato clamoroso  che  nel 2017 gli introiti globali provenienti dallo streaming legale hanno superato quelli provenienti dalle vendite digitali e fisiche  di prodotti musicali. Insomma Spotify è divenuto in pochi anni il più grande alleato degli artisti e creatori musicali dopo essere stato per lungo tempo la loro bestia nera.

Tutto bene quindi per il futuro dell’industria musicale? Non proprio. La pirateria diretta o indiretta generata attraverso la Rete è ancora altissima e il “value gap”  (il distacco tra il valore generato per i colossi web e il ritorno per i creatori di contenuti) ancora molto elevato. A questi temi la risposta data dalle principali Società mondiali  di collecting dei diritti è stata sinora, complessivamente, piuttosto timida   (i motivi sono tanti anche di normativa internazionale; ci torneremo presto). Pur tuttavia nel 2016/2017,  per la prima volta in 20 anni, la crescita dell’industria musicale a livello mondiale è stata molto forte  (più 6%,  con un mercato che vale circa 16 miliardi di dollari) e, come è noto, nei periodi di crescita è più facile trovare le soluzioni appropriate; speriamo anche alla dicotomia Musica/Rete

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