Il Punto di Mauro Masi. L’inarrestabile crescita della sharing economy. Già vale 3,5 miliardi di dollari. E continuerà a crescere

Continuano gli scontri e le proteste dei tassisti contro UBER. Il loro punto di vista è comprensibile ma l’impatto della sharing economy declinata attraverso la Rete è sempre più dirompente e, forse, ormai inarrestabile. La sharing economy (l’economia della condivisione)  in sé è un modello di business né nuovo né particolarmente innovativo: è Internet che la trasforma moltiplicandone in maniera esponenziale i numeri e la capillarità dei servizi.

Per intenderci: la vecchia rete di B and B (Bed and Breakfast) può essere considerata l’antecedente di Airbnb (la piattaforma on line che consente di affittare camere e/o appartamenti) però quest’ultima in poco tempo è arrivata ad offrire un milione e mezzo di camere divenendo di gran lunga la più grande catena alberghiera del mondo, un fenomeno sociale oltre che economico, che sta rivoluzionando il settore delle case di vacanza e non solo. E che sta segnando una strada che attira moltissimi: infatti, al di là dei nomi più noti la stessa Airbnb e Uber, si possono contare ad oggi oltre 131 piattaforme per affittare una casa, 51 per acquistare beni usati, 59 per donazioni, 59 per scambi alla pari, 60 per prendere in prestito qualsiasi cosa e questi dati sono necessariamente incompleti perché in questo contesto nuove iniziative nascono e muoiono piuttosto velocemente.

Peraltro, secondo la rivista Forbes, “i redditi che fluiscono direttamente dallo sharing economy nei portafogli della gente sorpassano già  3,5 miliardi di dollari con un tasso di crescita che supera il 25% annuo”. Questo è un punto fondamentale, la sharing economy nel mondo della Rete nulla a che fare con la carità, con la beneficienza, con la  mutualità e il non profit ( tutti concetti un tempo collegati all’ “economia della condivisione”) : qui si sta parlando di imprese miliardarie, autentiche multinazionali che fanno profitti a palate e vogliono continuare a farli. E che beneficiano tanto quanto le mitiche Over the Top (le grandi aziende high tech che dominano la Rete) dei buchi nelle legislazioni sia nazionali che internazionali  nonché della libertà dai vincoli regolamentari garantita da Internet. Qualche esempio: per gestire un B e B ci vuole in tutti i Paesi d’Europa  una licenza, per affittare stanze o case su Airbnb non c’è sostanzialmente bisogno di nulla; gli autisti di Uber vanno considerati come dipendenti (con tutto quello che ne consegue)?; i “baratti” sulle piattaforme di scambio “alla pari” sono soggetti all’imposta  sul  valore aggiunto? etc. Detto questo, la sharing economy on line interpreta un bisogno diffuso e cioè quello di moltiplicare i luoghi e gli attori che facilitano l’incontro fra la domanda e l’offerta abbattendo i costi di intermediazione. Su questa strada, nonostante i mega guadagni e qualche “arroganza” di troppo dei gestori, il successo delle piattaforme di condivisione non può che essere assicurato e duraturo.