Il Sud fa acqua da tutte le parti. Il Piano irriguo è l’ennesimo flop, anche per documenti mancanti

di Carmine Gazzanni
Cronaca

La battuta sarebbe sin troppo facile. Ma che il Piano irriguo per il Mezzogiorno, mastodontico programma avviato nel 2005,  faccia acqua da tutte le parti è un fatto. Basta scorrere la corposa relazione della Corte dei conti per toccare con mano l’ennesimo fallimento delle politiche per il Sud. Tra progetti mai partiti, storture burocratiche e una marea di varianti che ha fatto lievitare i costi delle (poche) opere avviate, il risultato non è roseo. Basti questo: nel lontano 2005 il Cipe finanzia l’avvio delle prime 27 opere programmatiche. Ebbene, dopo13 anni, “solo 14 (quindi, poco più della metà) presentano una percentuale di avanzamento dei lavori pari al 100%. Per tre di questi, peraltro, sono stati completati i lavori principali e si è in attesa della realizzazione di lavori complementari”. Dei restanti 13, invece, ben 5 interventi non risultano nemmeno finanziati.

Ma c’è di più. Perché nel 2010 il Cipe ci riprova e finanzia 36 nuove opere. Il tempo passa e arriviamo ad oggi: “Ventisette opere sono ancora in corso, nessun intervento risulta in esercizio, quattro risultano non attivati e solo due sono ultimati ad ottobre 2017”. In sintesi, dunque, dei 63 lavori per dotare il Mezzogiorno di acquedotti, risultano concluse 16 opere.

Eppure il Programma era tutt’altro che banale, poiché finalizzato alla “realizzazione di opere di recupero delle risorse idriche a scopo irriguo”. Non certo secondario, considerando quanto le Regioni del Sud siano votate all’economia primaria. Ciononostante sin da subito sono nati non pochi problemi. Tra fondi distratti, capitoli di spesa modificati e tagli a occhi ciechi, alla fine i finanziamenti per il Piano Irriguo del Mezzogiorno sono stati ridotti di oltre cento milioni, passando da 593 milioni deliberati in due tranche (2005 e 2010) dal Cipe a 457 milioni di euro. Con tutto il caos che ne è derivato. Non a caso, i magistrati contabili nelle loro osservazioni sottolineano come sia emersa “un’asimmetria tra la programmazione prevista ai fini di una rapida realizzazione di interventi per il fabbisogno irriguo nazionale e le risorse effettivamente disponibili”, tanto che non può non riscontrarsi una “inadeguatezza  della pianificazione finanziaria rispetto agli obiettivi”.

Ma a questo punto entriamo nel dettaglio delle singole opere. In Alta Val d’Agri, in Basilicata, sono stati approvati lavori per 3,5 milioni nel 2007, che si sarebbero dovuti concludere a fine 2009. E invece l’opera risulta ferma al 96% per “pignoramenti in atto”. In Calabria, invece, nel 2013 si sarebbero dovuti concludere dei lavori di captazione nel cosentino. E invece nel 2014 (quindi già con un anno di ritardo) i lavori sono stati definitivamente sospesi. Fermi al 26% del complessivo. Addirittura i pozzi nel Metaponto, finanziati nel 2005 per 500mila euro, non sono mai partiti perché “mancano le autorizzazioni”.

Clamoroso, poi, quanto accaduto in Sicilia con i lavori per la “Derivazione dal fiume Belice […] nel serbatoio del Garcia”. Il costo inziale previsto era di 23 milioni, salito poi inspiegabilmente a 40, per poi arrivare a 47 milioni. Nel frattempo la gara d’appalto non è mai stata bandita, tanto che oggi si esprimono “rilevanti perplessità sulla effettiva possibilità di realizzare l’opera”. E mentre i tempi si allungano e i fondi latitano, crescono i costi anche a causa delle tante varianti. Un esempio su tutti: delle 27 opere finanziate nel 2005, in 17 casi sono intervenute modifiche ai progetti, con un aumento dei costi di oltre 17 milioni, su costi iniziali complessivi di 124 milioni. Ma fa niente. Tanto i lavori comunque sono fermi.

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