L’imbarazzo del Movimento. Ma niente barricate per Virginia. Di Maio mette le mani avanti: il codice etico è chiaro. Ecco perché non va confuso il giudizio penale e politico

di Gaetano Pedullà
Editoriale
Virginia Raggi

In un Paese dove la politica s’è mangiata di tutto, a Roma gli ultimi sindaci finiscono nei guai per storie di scontrini e promozioni di personale. La legge è uguale per tutti, e un reato – se sarà riconosciuto in tribunale – è un reato, ma nel caso della Raggi è assolutamente doveroso scindere il piano processuale da quello politico, le responsabilità della persona da quelle del Movimento che l’ha spedita in Campidoglio.

I Cinque Stelle, che all’epoca promettevano le dimissioni immediate dei loro eletti in caso di coinvolgimento in vicende giudiziarie, hanno poi modificato le regole interne, prevedendo il ritiro dalle cariche solo dopo una condanna, anche in primo grado. Nella faccenda Raggi-Marra il “delitto” dei 5S potrebbe essere solo quello di non attenersi in futuro a un tale impegno, come peraltro già escluso dal capo politico Luigi Di Maio.

Le possibili responsabilità personali della sindaca sono riferite invece a fatti accaduti, a prescindere da una consapevole intenzione di commettere un abuso. A sentire quello che ha sostiene la Procura, la Raggi mentì sulla promozione di Renato Marra (con aumento dei costi a carico del Comune di Roma) per evitare un sicuro procedimento penale, e di conseguenza le dimissioni previste dal precedente codice etico dei Cinque Stelle.

Sentiremo oggi cosa deciderà la corte, ma di sicuro una certa leggerezza c’è stata, probabilmente sottovalutando la classica buccia di banana sul sentiero della politica romana, pieno di trappole sicuramente più pericolose. Questo è però il perimetro di un processo dove sul banco degli imputati non c’è la gestione più o memo efficace della macchina amministrativa, i rifiuti, il caos trasporti e tutti gli altri malanni che la sindaca ha trovato e per la verità ha lasciato nello stesso modo in cui erano a giugno del 2016, all’inizio del suo mandato.

La sentenza “politica” sulla Raggi, qualunque sarà il verdetto che arriverà in giornata, è un’incombenza che non spetta a un tribunale ma al popolo sovrano, e per la quale sarebbe necessario completare i cinque anni previsti, in quanto senza semina non c’è contadino che possa portare a casa il raccolto.

A CIASCUNO IL SUO – A differenza di Ignazio Marino, che a un certo punto si trovò contro il suo stesso partito, con i consiglieri comunali del Pd che andarono da un notaio a firmare le dimissioni, qui abbiamo un’amministrazione sostenuta dal proprio schieramento politico, dal livello nazionale all’Aula Giulio Cesare. L’eventuale condanna della Raggi per l’accusa di falso in atti pubblici sarebbe dunque responsabilità della prima cittadina, ma non di chi l’ha sempre appoggiata e di certo non ha colpa nella vicenda specifica. Ovviamente su tutto questo la speculazione degli altri partiti non farà sconti, e in fondo la politica è anche questo, ma trasferire il possibile reato della Raggi a tutto il Movimento sarebbe solo un’operazione demagogica.

PIANI DIFFERENTI – Cosa ben diversa – ma questo è appunto un altro piano – può essere invece il giudizio sulla capacità di questa sindaca nel governare Roma. Un lavoro che lei per prima sapeva essere quasi impossibile, anche per il vero motivo che l’ha trascinata nell’attuale infelice situazione. Nel 2016 Gianni Alemanno pubblicò un libro nel quale condensava la sua esperienza in Campidoglio, chiedendomi di firmarne la prefazione. In quel volume l’ex primo cittadino spiegava la grande difficoltà di trasformare le indicazioni politiche in atti amministrativi dentro un Comune con la stragrande parte dei dirigenti erano entrati o avevano fatto carriera negli anni di Rutelli 1, Rutelli 2, Veltroni 1 e poi Veltroni 2.

Il personale “aderente” a un’amministrazione di Centrodestra – che eppure ha sempre avuto suoi rappresentanti in Campidoglio – erano pochissimi. Ecco, pensiamo a quanti dirigenti e funzionari “aderenti” ai Cinque Stelle ha trovato la Raggi, che veniva espressa da una forza politica relativamente nuova e con molte simpatie ai piani bassi ma zero crediti di riconoscenza tra gli alti burocrati. Di qui il forte legame con Raffaele Marra, accreditato dal suo passato di ex ufficiale della Guardia di Finanza e riferimento dei consiglieri del Movimento nei tempi non sospetti in cui stavano all’opposizione. Una scelta sbagliata, per quanto in parte obbligata dai motivi appena visti, che Di Maio giustamente chiede adesso di non far pagare a tutto il Movimento.

COERENZA IRRINUNCIABILE – Poco importa dunque se il codice etico è stato finora pressoché inutilizzato. Anzi, visti alcuni recenti episodi sarebbe il caso di iniziare a usarlo, perché dai parlamentari dissidenti al sindaco siciliano che ha comprato per se l’ecomostro di cui doveva garantire l’abbattimento, il marchio di fabbrica dell’onestà appiccicato ai 5 Stelle si sta scolorendo. E per una forza politica che ha fatto del cambiamento la sua bandiera questo è un errore senz’altro fatale. Perché dopo un sindaco se ne fa un altro, ma dopo il primo inganno non ce n’è un secondo.

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