Investimenti fermi al 2001. Finalmente si inverte la rotta. Parla l’economista Rinaldi: “In 17 anni persi 95 miliardi. Ma ora il Governo investa sulla digitalizzazione”

di Carmine Gazzanni
Economia

“Per la mia formazione keynesiana gli investimenti pubblici non sono mai troppi”. Basterebbe questo per spiegare perché il professor Antonio Maria Rinaldi crede nel cambio di passo di questo Governo, vista l’insistenza sul Piano per gli investimenti. Anche perché, spiega l’economista allievo di Paolo Savona, “negli ultimi anni abbiamo assistito a un crollo verticale degli investimenti in relazione al Pil. I dati sono emblematici”.

Di quali dati parliamo?
“Nel 2009 avevamo il 3,4% di investimenti pubblici in relazione al Pil, per passare nel 2010 al 2,9; poi 2,8; 2,6 nel 2012; 2,2 nel 2015; 2,1 nel 2016; fino al 2% nel 2017 e, Manovra dell’ultimo anno, a 1,9% nel 2018.”

E invece ora?
Questa Manovra nel Def prevede finalmente un’inversione di tendenza: gli investimenti pubblici sono dati al 2,1 nel 2019, per poi passare al 2,4 e 2,7 nel 2021. Ma c’è da fare anche un altro ex-cursus”.

Quale, professore?
“Negli ultimi 17 anni la media degli investimenti in Italia è stata del 2,7% in relazione al Pil, mentre la media europea è del 3%”.

Cosa significa questo in soldoni?
“Questo 0,3% nello spazio di 17 anni è quantificabile intorno ai 95 miliardi di mancati investimenti che ci differenziano dalla media europea”.

La domanda è inevitabile: perché in tutti questi anni non si è riusciti perlomeno a raggiungere la media europea?
“Purtroppo con la storia del contenimento del debito, del contenimento del deficit, gli investimenti pubblici sono stati sacrificati. Ma il punto è un altro”.

Dica.
“Io mi domando: se fossero stati elargiti questi 95 miliardi mancanti, cosa sarebbe successo? Sicuramente ci sarebbero stati effetti positivi sul Pil che avrebbero poi fatto migliorare a ruota i parametri europei, perlomeno quelli col debito pubblico”.

Le rigiro la domanda: cosa sarebbe successo?
“Sicuramente avremmo avuto un’Italia differente. E invece si sono privilegiate altre voci. Purtroppo è cronaca italiana che abbiamo una rete stradale senza manutenzione né straordinaria né ordinaria, i ponti che cascano, e rete viaria che va in tilt a ogni pioggia”.

Accanto alle infrastrutture cui saranno dedicate queste risorse, però, resta il capitolo delle infrastrutture immateriali, su cui ci si aspetta tanto da questo Governo.
“Assolutamente sì. Io opererei con grandissimi investimenti. Oltre a un valore aggiunto enorme, d’altronde, parliamo di infrastrutture che sono appannaggio delle nuove generazioni. Anche per recuperare quel gap che purtroppo esiste con gli altri Paesi più avanzati e con il privato”.

Resta però da capire perché qualcuno continua ad opporsi con forza al piano del Governo gialloverde.
“In un momento in cui le statistiche ci dicono che c’è un rallentamento a livello mondiale e in particolare europeo, con l’Italia praticamente in stagnazione, a maggior ragione dovrebbero essere incentivati gli investimenti pubblici. Così mi hanno insegnato più di 40 anni fa all’università quando studiavo politica economica”.

Qualcuno non ha studiato come avrebbe dovuto?
“Le dico questo: se dopo il disastro della II Guerra Mondiale noi avessimo adottato i parametri e i vincoli proposti dai trattati caparbiamente sostenuti da questa governance europea, noi probabilmente cammineremmo ancora sulle macerie. Per fortuna si adottò un nuovo modello”.

E oggi?
“Oggi siamo in una situazione in cui dobbiamo rilanciare la nostra economia. Credo che quel modello sia ancora validissimo”.