Italia dei Fuochi. Non solo Campania: da Treviso a Siracusa 261 incendi sospetti nelle discariche d’Italia

di Carmine Gazzanni
Primo piano

I numeri sono impressionanti: nel corso degli ultimi tre anni, 261 incendi in discariche o impianti, con un incremento costante  e con una concentrazione non al Sud, come ci si potrebbe aspettare. La vera “terra dei fuochi” è infatti al Nord: il 47% degli episodi riscontrati (124 roghi) hanno riguardato le Regioni del Settentrione. I dati emergono dalla corposa relazione “sul fenomeno degli incendi negli impianti di trattamento e smaltimento rifiuti”, redatta dalla commissione parlamentare d’inchiesta sugli illeciti ambientali. Un fenomeno in evidente crescita che, recita la relazione, “sposta necessariamente l’attenzione di tutti i soggetti attivi nella difesa della legalità ambientale”. Non si può parlare più semplicemente di “combustione illecita di rifiuti”, dice la commissione presieduta da Chiara Braga (Pd). Non c’è semplicemente il camorrista che, come denunciava Carmine Schiavone nel ’97, sversa rifiuti tossici e poi incendia per far scomparire rifiuti e prove. Oggi emerge un qualcosa di più criminale e inquietante. A Napoli, come dimostra l’inchiesta di Fanpage, ma anche nel resto d’Italia: parliamo della “interdipendenza tra eventi incendiari e mancata corretta chiusura del ciclo dei rifiuti”. Cosa che, inevitabilmente, vede responsabili anche amministratori e imprenditori che si occupano della gestione rifiuti.

Viaggio infuocato – Partiamo da Rossano Veneto, in provincia di Vicenza, dove il sito di stoccaggio e trasformazione di rifiuti speciali e nocivi viene dato alle fiamme nel marzo dello scorso anno. Scrive la Procura, nei documenti trasmessi alla commissione: la causa di innesco dell’incendio è da attribuire “allo sversamento dovuto alla decomposizione dei contenitori degli oli esausti, stoccati in prossimità del deposito di batterie esauste per autotrazione stipate nel capannone, nel quale hanno avuto origine le fiamme”. In provincia di La Spezia, invece, un incendio è scoppiato in aprile nella discarica di rifiuti industriali. Sotto accusa è finito il titolare dell’impianto “perché è stato riscontrato che i rifiuti erano gestiti in maniera irregolare e a causa di ciò le conseguenze dell’incendio avevano provocato anche un inquinamento ambientale”.

A settembre scoppia un incendio a Mortara (Pavia). Come accertato dalla commissione, “al momento dell’intervento di soccorso, tutto il materiale era stato ammassato nel piazzale senza rispettare il layout previsto ed ostruendo il secondo varco di accesso: questa situazione ha favorito la propagazione dell’incendio e ha reso più difficili le operazioni di spegnimento”. Senza dimenticare che lo stoccaggio disordinato del materiale rendeva “irraggiungibili alcuni idranti dell’impianto idrico antincendio, previsto in progetto e realizzato, che tuttavia non risultava essere funzionante”.

Scendiamo lungo lo Stivale e approdiamo a Piteglio, in provincia di Pistoia. Qui, a distanza di meno di 30 giorni a cavallo tra maggio e giugno sono scoppiati due incendi nel sito di compostaggio. Vicenda anche in questo caso surreale: a marzo, infatti, la società che si occupava della gestione rifiuti è fallita. Tanto che, scrive la Procura, “stante il fallimento della società […] sopravvenivano principi di incendio verosimilmente causati da autocombustione dei rifiuti ancora presenti nei locali”. Abbandonati. Senza dimenticare la Eco X di Pomezia, andata in fiamme nel maggio 2017. Il procuratore del tribunale di Velletri, sentito in audizione, ha evidenziato di avere in corso indagini per tre ipotesi di reato: “…la prima è quella di incendio, che per il momento è stato iscritto nella sua natura colposa; la seconda è quella dell’inquinamento ambientale, che è stata iscritta nella sua connotazione colposa; la terza è un reato doloso, che noi abbiamo ritenuto di configurare nell’omissione di cautele idonee a prevenire disastri o infortuni sul lavoro”.

E arriviamo a Bettona, in provincia di Caserta. Qui scoppiano, in discarica, due incendi. Uno nel 2012 e uno l’anno scorso. Ad occuparsi della vicenda anche la onlus ISDE Medici per l’ambiente che ha presentato una denuncia dopo l’incendio del 2017, nella quale si sottolinea “la mancanza di controllo nonché l’abbandono dei materiali bruciati, con aggravamento del rischio tossicologico; si sottolinea la mancata messa in sicurezza e bonifica, da parte dei proprietari e degli organi competenti del sito a seguito del primo incendio di aprile 2012 e in relazione al quale sono ancora in corso dei procedimenti giudiziari su bonifiche mai eseguite”.

Leggi inefficaci – Ma non è tutto. Nonostante le tante inchieste giudiziarie avviate, secondo la commissione, mancano gli strumenti normativi adeguati, dato che quelli esistenti fanno riferimento a “norme incriminatrici che hanno avuto un’applicazione relativamente limitata in confronto alla diffusività del fenomeno che intendevano contrastare”. La risposta giudiziaria, infatti, “risulta non omogenea e non particolarmente incisiva negli esiti”. Basti questo: tra Napoli e Caserta, da gennaio ad agosto 2017, sono stati appiccati 351 roghi, in crescita rispetto al 2016. La risposta giudiziaria, insomma, “non particolarmente incisiva negli esiti”. Non è un caso che l’azione penale sia stata esercitata solo nel 13% dei casi; nel 47,9%, invece, è stato tutto archiviato. La terra e i rifiuti bruciano. Ma nessuno paga. Amen.

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