La doppia morale dell’Europa: chiede rigore ma butta i soldi per le Regioni povere. Sud Italia sempre più a fondo

di Carmine Gazzanni
Primo piano

Rappresenta senza ombra di dubbio uno dei più importanti programmi di coinvolgimento delle comunità locali (il cosiddetto placebased) esistenti al mondo, sia per prospettiva che per mole di investimenti. E, forse, è proprio per questo che la bocciatura arrivata ieri dal Senato fa ancora più rumore. Tutto ruota attorno ai Fondi per la Coesione, quei fondi, cioè, che mirano a realizzare interventi speciali per promuovere uno “sviluppo armonico” (così recita il Trattato sul Funzionamento dell’Unione europea) degli Stati membri. Fuori di politichese, parliamo di stanziamenti per consentire alle aree più depresse dell’Unione europea di svilupparsi, al fine di rimuovere squilibri economici e sociali. Parliamo, d’altronde, di miliardi e miliardi di euro. Per dire: il settennio in corso (2014-2020) gode di fondi strutturali per 352 miliardi. Di questi 46,5 sono destinati al nostro Paese, uno dei maggiori beneficiari dell’Unione.

Eurospreco – Trattandosi di una politica pilastro dell’azione comunitaria, ci si aspetterebbe che i risultati siano lodevoli. E invece no. A scorrere il dossier dell’Ufficio Valutazione Impatto del Senato, infatti, si legge chiaramente che, nonostante fondi e investimenti, “l’Italia si ritrova oggi con un primato non invidiabile: ha il valore più basso di sviluppo sociale nell’Ue-15 e il suo Mezzogiorno, con venti milioni di abitanti, è la più grande area depressa del continente”. La domanda è inevitabile: come mai un così tristo risultato? La ragione, secondo i tecnici di Palazzo Madama, non andrebbe ritrovata solo in una corruzione diffusa in Italia (e specie al Sud), ma anche e soprattutto in un meccanismo che fisiologicamente non funziona e non può funzionare. “Aumentare la dotazione di fondi strutturali – si osserva infatti nel report – non significa aumentare l’impatto della politica di coesione sul territorio in modo omogeneo”. Gli studi condotti dimostrano che l’effetto positivo sulla crescita annuale del Pil non è lineare: la cosiddetta “intensità massima desiderabile” va dai 305 ai 340 euro pro capite. Ciò significa che prevedere stanziamenti più alti di questa forbice significa inevitabilmente buttare via i soldi. Ed ecco il punto: secondo i conti del Senato, ci sono ben 11 regioni europee (tra cui anche l’Italia) che hanno ricevuto più di 340 euro per abitante. Da qui la conclusione: “Se il contributo fosse stato mantenuto sotto il limite utile, l’Unione avrebbe risparmiato 5,1 miliardi di euro che avrebbe potuto utilizzare per aumentare il sostegno alle altre regioni meno sviluppate”.

Fanalini di coda – Anche andando al di là dello spreco comunitario, i risultati ottenuti dal nostro Paese sono modesti. Troppo modesti. Eloquente un passaggio della relazione: “Anche nei casi più favorevoli, quando i finanziamenti europei sembrano avere avuto effetti positivi sulle economie locali, i risultati si sono concentrati negli anni dell’intervento e non hanno innescato un percorso di crescita autosufficiente”. Insomma, al di là anche di truffe ed episodi di corruzione, pure quando i fondi sono stati utilizzati non c’è stato alcun cambio di passo. A rivelarlo è il cosiddetto “Spi”, indice di progresso sociale, che è basato sull’aggregazione di 50 indicatori che misurano bisogni umani essenziali, benessere e opportunità. Le Regioni italiane meno sviluppate raccolgono uno Spi pari a 51,8: è il più basso tra le altre aree meno sviluppate (la media è 59). Sembra paradossale, dunque, ma l’unica soluzione – segnalano i tecnici – è redistribuire le risorse dalle regioni eccessivamente sussidiate. Altrimenti continueremo a sprecare. E, al contempo, resteremo fanalini di coda.