La guerra civile nei Ghetti d’Italia. Buccini racconta le aree dimenticate del Paese. Da Ostia allo Zen di Palermo fino alla Diga di Genova

di Carmine Gazzanni
Cultura

“Non sono razzista, ma…”. Quante volte abbiamo sentito – e magari scherzato – su frasi di questo tipo, su chi, nel dovere morale di dirsi aperto al diverso, lascia intendere che di tale apertura resta ben poco al di là della teoria. Dietro questa frase c’è un mondo. Sottovalutato dalla sinistra radical e dagli ultimi governi di centrosinistra, fomentato dai populismi a cominciare dalla Lega di Matteo Salvini. Ma, soprattutto, c’è un mondo di ultimi tra ultimi che esiste in Italia e vive sottotraccia, silenziato da una politica comodamente sorda alle sfide tanto reali quanto complicate. In questo mondo di cittadini dimenticati si tuffa Goffredo Buccini, firma di punta del Corriere, in Ghetti (Solferino).

E ne riemerge mostrando i buchi neri d’Italia dove tutto può accadere. Perché qui gli unici a dominare sono il degrado e la criminalità. E a soccombere sono uomini, donne e bambini che non credono ormai da anni nello Stato, visto e vissuto come un’entità astratta e assente. Solo quando il conflitto sociale tra ultimi e penultimi deflagra, la politica presta attenzione. Ma lo fa in perfetta armonia con la politica populista: annunci e dichiarazioni a raffica finché la luce della telecamera è accesa. Dopodiché gli ultimi tornano ad essere tali: figli di un dio minore, dimenticati da chiunque.

Il lungo viaggio di Buccini da Nord a Sud è popolato da personaggi drammatici e memorabili, da vicende finite agli onori della cronaca, come nel caso di Luca Traini. Pochi sanno – e Buccini lo ricorda – come proprio Traini abbia mandato dal carcere fiori per la morte di Desirée Mariottini, la ragazza sedicenne di Roma, stordita, violentata e uccisa in un palazzone abbandonato da spacciatori extracomunitari. Una rete inquietante, un cortocircuito di storie e drammi, all’interno del quale personaggi come Traini diventano eroi, segno di un ribaltamento valoriale a cui la politica dà risposte di comodo o non risponde affatto.

Ma è proprio qui – da Scampia a Ostia, da Corviale a Pioltello, dallo Zen di Palermo fino alla Diga di Genova – che si gioca il futuro d’Italia. Di un’Italia che vuole rinascere al di là dei roghi tossici, del racket, delle violenze e della sottomissione. Al di là di quel loop infernale nel quale il populismo leghista sguazza. Perché una cosa è certa leggendo il libro di Buccini: il populismo, efficace nella comunicazione tra gli ultimi e nell’offrire un bersaglio verso cui scaricare odio e rancore, non è efficiente nel risolvere i problemi. E non lo è per un mero calcolo politico: non conviene mai sedare quel serbatoio di consenso da sfruttare.