La latitanza di Battisti favorita da Parigi. Difficile catturarlo in Brasile. Parla Forno, il magistrato che fece condannare l’ex Pac: “In carcere mutò da delinquente comune a terrorista”

di Fabrizio Colarieti
L'intervista

“Non ho parole. Davvero non lo hanno arrestato? Hanno dato la notizia prima di andarlo a prendere, mi sembra il minimo che potesse accadere”. Pietro Forno, il giudice istruttore che negli anni di piombo chiuse il cerchio attorno ai Proletari armati per il comunismo (Pac), non sembra meravigliato dell’ennesima fuga di Cesare Battisti. Fu lui a farlo condannare all’ergastolo per aver assassinato, tra il 1978 e il 1979, quattro persone: una guardia carceraria di Udine, un gioielliere milanese, un macellaio di Mestre e un agente della Digos di Milano. Una condanna mai scontata, perché Battisti nel 1981 evase dal carcere di Frosinone e lasciò l’Italia. Da allora sono passati trentasette anni.

Procuratore è sorpreso che Battisti sia sfuggito di nuovo alla cattura?
“Assolutamente no. Quando fu arrestato alla frontiera con la Bolivia (nel 2017, ndr) dissi che per uno come Battisti non c’è il pericolo di fuga, bensì c’è la certezza della fuga. E’ di palmare evidenza che questa persona, nel momento in cui non è più protetta dal potere politico, scappa e trova un altro rifugio”.

E’ una sua capacità o ha ancora una solida rete di connivenze?
“Battisti è uno specialista. Direi che una persona più esperta di lui in evasioni e latitanze è difficile trovarla al mondo”.

Ricorda il suo ultimo incontro con lui?
“Le sembrerà strano. Non sono mai riuscito a interrogarlo. Perché è stato per un certo periodo imputato, ma non in stato di detenzione. Era evaso dal carcere di Frosinone, dove si trovava per delle rapine. Fu arrestato in un covo dei Pac ma non facemmo in tempo a interrogarlo, perché fuggì di nuovo”.

Secondo lei ha goduto di protezioni “speciali”?
“Certamente. Ricorda la dottrina Mitterrand? Si è salvato riparando in Francia, come tanti altri. Hanno promesso di essere buoni, di non esportare la rivoluzione, e sono stati superprotetti. In Francia girava la voce che Battisti fosse un perseguitato”.

Dunque è colpa dei francesi.
“Sì. Anche se oggi mi fa un po’ sorridere pensando a quando proprio i francesi chiedono la nostra collaborazione, che gli viene regolarmente fornita, per le inchieste sui jihadisti. Mi ricordo la fatica che facevamo con i nostri processi, quando i nostri terroristi riparavano nell’ospitale terra di Francia, come scrissi in una sentenza”.

Cosa ricorda delle gesta criminali di Battisti?
“Battisti era uno dei tanti. Aveva però una caratteristica che lo differenziava dagli altri. Era un delinquente comune. Infatti era detenuto per rapina. Ho ripensato a lui in questi giorni leggendo di Chekatt, il jihadista che ha attaccato i mercati di Strasburgo. Era un rapinatore anche lui, poi si è radicalizzato in carcere. All’epoca di Battisti nelle carceri predicavano l’odio di classe e che era necessario abbattere i muri dei penitenziari. L’omicidio Santoro (l’agente di custodia Antonio Santoro di Udine, una delle vittime di Battisti, ndr) matura in quel clima”.

Riusciranno ad arrestarlo?
“Guardi sono stato in Brasile. E’ un paese immenso. Nascondersi lì è un gioco da ragazzi. Il Brasile ha dato ospitalità a molti criminali, anche a quelli ricercati per i crimini di guerra, come i nazisti. Al di là della volontà politica dei suoi governanti, lì basta avere i documenti falsi per sfuggire alla cattura. Credo sia quasi impossibile”.

A meno che non scelga di consegnarsi.
“Ma si figuri. Battisti non lo farà mai. Mi sentirei di escluderlo”.