La Madia s’è persa gli statali. Mai presentata la relazione sullo stato della Pa. Il Governo deve riferire ogni anno in Parlamento ma degli ultimi sette report non c’è traccia

di Carmine Gazzanni
Politica

La legge è del 28 ottobre 1970. L’articolo 30 recita: “Il Presidente del Consiglio, entro il 30 luglio di ogni anno, presenterà al Parlamento una relazione sullo stato della pubblica amministrazione, nonché l’organigramma complessivo ed analitico di ogni singola amministrazione”. Punto. E non a caso sul sito del dipartimento della Funzione Pubblica, oggi guidato da Giulia Bongiorno e fino a ieri dalla dem Marianna Madia, si specifica che il “Servizio per i rapporti istituzionali, la programmazione e la vigilanza” ha, tra i tanti suoi compiti, anche quello della “predisposizione della relazione annuale al Parlamento sullo stato della pubblica amministrazione”.

Chiaro, dunque. Lapalissiano. Eppure qualcosa non è andato come avrebbe dovuto. Nonostante l’impegno sul tema del ministro Madia e dei suoi predecessori (Filippo Patroni Griffi con Mario Monti e Giampiero D’Alia con Enrico Letta), andando sul sito del dipartimento nella sezione “pubblicazioni” le relazioni “sullo stato della Pubblica amministrazione” si fermano al 2011. Dopodiché il silenzio totale. Anche se si va sui siti di Camera e Senato, dopotutto, non compare alcuna relazione simile pubblicata e consegnata in Parlamento nella legislatura scorsa (2013-2018). Insomma, silenzio tombale sullo stato della Pubblica amministrazione.

Eppure sarebbe stato interessante consultare un report ad hoc. In quelli disponibili (fino, come già detto, al 2011) è possibile ad esempio comprendere quanti dipendenti siano stati licenziati e quanti, ad esempio, sanzionati magari per assenteismo, di cui tanto si discute oggi e di cui tanto si è discusso in passato. C’è da dire, peraltro, che i dati non sono ignoti, ma conosciuti nel dettaglio dai tecnici del Governo. Non a caso a marzo scorso sono stati forniti dal dipartimento, ma non in un report ad hoc consegnato in Parlamento. Pochi giorni dopo le elezioni politiche del 4 marzo scorso, nel pieno del caos delle consultazioni, lo stesso dipartimento della Funzione pubblica ha reso noto che a un anno dall’entrata in vigore della stretta sui furbetti del cartellino, i licenziamenti scattati nei confronti di dipendenti pubblici sono stati 324. Quasi la metà, 154 pari al 48% del totale, derivano da assenze. Tra questi sono 55 i licenziamenti dovuti alla falsa attestazione della presenza, ovvero ai cosiddetti “furbetti del cartellino”. Rispetto al 2016, in totale, si registra un calo (-5,8%) mentre segnano un forte rialzo le espulsioni per chi striscia il badge e se ne va (24 casi in più). La Notizia, ovviamente, ha comunque chiesto conto al dipartimento oggi guidato dalla Bongiorno del perché manchi una relazione ad hoc sullo stato della Pubblica amministrazione. Ma non ci è arrivata alcuna risposta in merito.

Ma la ciliegina sulla torta deve ancora arrivare. Chi ha cominciato a relazionare sulla Pa, curiosamente, è stato il Cnel. Parliamo proprio del Consiglio Nazionale Economia e Lavoro, oggo diretto da Tiziano Treu, che il Pd voleva abolire con la riforma costituzionale bocciata il 4 dicembre 2016. Esattamente dal 2012 relaziona annualmente (e puntualmente) “sulla qualità dei servizi offerti dalle Pa centrali e locali a imprese e cittadini”. Nel lungo e dettagliato dossier si analizzano tutti i vari ambiti dell’amministrazione pubblica, i servizi offerti ai cittadini ed eventuali ritardi nei pagamenti, anche se non c’è alcun riferimento a licenziamenti e sospensioni dei dipendenti. Curioso, dunque, che alla fine a chiudere le “mancanze” del Governo sia un organo tanto bistrattato e criticato.

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