La rivolta sul Decreto sicurezza e immigrazione. Per i giuristi è un “abuso del diritto”. Si allarga lo scontro tra i sindaci e il ministro Salvini

di Alessandro Perrotta e Ranieri Razzante
L'intervento

Le dichiarazioni del sindaco di Palermo, Leoluca Orlando (e degli altri che lo hanno improvvidamente seguito), sulla volontà di sospendere, nelle città che amministrano, gli effetti del Decreto Legge n. 113/2018, convertito in Legge il primo dicembre scorso, meritano una seria e profonda riflessione poiché, a parere di chi scrive, la loro pericolosità non è da sottovalutare, celando al loro interno gravi sintomi di perdita di rispetto per le istituzioni. Prima di procedere ad analizzare la questione dal punto di vista tecnico – giuridico è essenziale delimitare i caratteri della stessa, riassumendo brevemente i passaggi che hanno portato all’odierno scontro (se di scontro solamente si può parlare, quando un rappresentante di pubblici poteri come un sindaco decide di disobbedire alle leggi dello Stato).

Il 4 ottobre scorso il Consiglio dei Ministri ha approvato il Decreto Legge n. 113, recante “Disposizioni urgenti in materia di protezione internazionale e immigrazione, sicurezza pubblica, nonché misure per la funzionalità del ministero dell’interno e l’organizzazione e il funzionamento dell’agenzia nazionale per l’amministrazione e la gestione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata”. Il provvedimento aveva ad oggetto il riordino e la riorganizzazione delle disposizioni in materia di rilascio di permessi di soggiorno e di sicurezza. In particolare, il decreto ha introdotto misure volte a contrastare più efficacemente l’immigrazione illegale, garantendo l’effettività dell’esecuzione dei provvedimenti di espulsione e disciplinando i casi speciali di permesso di soggiorno temporaneo per motivi umanitari.

Attualmente, le fattispecie che rendono possibile l’ingresso nel nostro Paese per motivi umanitari sono sei, ovvero: essere vittima di grave sfruttamento, problemi di salute, violenza domestica, calamità, cure mediche, atti di particolare valore civile. Il decreto legge, una volta approvato è divenuto un atto legislativo la cui osservanza è doverosa per tutti i soggetti presenti nel territorio italiano, poiché frutto della rappresentazione della volontà del nostro Paese: il Parlamento. Tuttavia, fin dall’inizio, il Dl sicurezza è stato accompagnato da aspre critiche e velenosi attacchi dalle opposizioni, e da parte dell’opinione pubblica, pur contenendo il tutto nella sacrosanta libertà di pensiero, che contraddistingue una democrazia sana e liberale. In questi ultimi giorni il limite è stato però superato, con la presa di posizione di alcuni sindaci, i quali come anticipato hanno apertamente comunicato che nelle loro città l’esecuzione della legge verrà sospesa, poiché il provvedimento è ritenuto “disumano e criminogeno”.

Il sindaco Orlando si aggiunge, dunque, alla lunga schiera di coloro che hanno attaccato questo atto legislativo, preannunciandone la sospensione. La misura, tuttavia, è colma, quanto meno per noi giuristi, che non dobbiamo mai mancare di far sentire la nostra voce di fronte agli “abusi del diritto”, in verità sempre più frequenti da parte di cittadini, privati o pubblici, a prescindere dalle loro differenti e rispettabili idee politiche. Pare, dunque, doveroso in questa sede svolgere alcune brevi considerazioni in ordine al valore della Legge e della Democrazia; ebbene sì, perché lo “scontro” non è tra i vari sindaci ed il ministro Salvini, grande sostenitore del Dl in questione, ma tra questi ed i valori democratici.

E allora occorre ricordare come una legge dello Stato possa piacere o non piacere, possa essere criticata e biasimata, possa addirittura essere definita disumana, ma non potrà mai, in alcun modo, non esserne deliberatamente rispettata l’esecuzione nello Stato italiano per motivi politici. Infatti, è bene ricordare a tutti che se si accetta di fare parte di una Democrazia, se si accetta – attraverso la stipula del “contratto sociale” di Rousseauiana memoria – di vivere in una collettività, dove il popolo è sovrano, è assolutamente indispensabile accettare tutte le decisioni collettive senza eccezione di sorta, anche se un atto del Parlamento non rispetta le proprie idee di partito. Se un cittadino, o addirittura un sindaco, si spinge a dichiarare che non rispetterà deliberatamente un atto legislativo per motivi politici, si crea un grave e pericoloso precedente, che mina alle fondamenta l’istituzione democratica.

Peraltro, proprio perché viviamo in uno Stato democratico e liberale, i nostri illuminati padri costituenti hanno pensato ad una soluzione anche nel caso in cui una legge fosse ritenuta da alcuni lesiva di diritti: il ricorso alla Corte Costituzionale, unico organo legittimato a giudicare le Leggi a seguito dell’approvazione del Parlamento. Tutti vanno tutelati, nessuno escluso. Ma lo si faccia, per piacere, con gli strumenti dello Stato di diritto.

(Alessandro Perrotta è un Avvocato del Foro di Torino, Ranieri Razzante è Direttore del Centro ricerca sicurezza e terrorismo)

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