La sentenza sui genitori-nonni fa discutere. Tra morale e diritto fa dai te, ecco le posizioni a confronto di chi è a favore e chi è contrario

di Carmine Gazzanni e Beatrice Scibetta
Cronaca

Sentenza sbagliata, diritto travalicato

Politica e morale non sono e non possono essere la stessa cosa. Viaggiano di pari passo, certamente, perché ognuno è tenuto a obbedire a leggi scritte, universali e generali, che ci rendono degni cittadini; e al tempo stesso ad un codice etico, a principi che crediamo possano renderci degni uomini. Ma i due piani non possono e non devono essere confusi. Un fondamento di cui siamo debitori (spesso inconsapevoli) di Niccolò Machiavelli, il padre – non a caso – della politica intesa come scienza, scissa appunto dalla morale.  Un insegnamento fatto proprio non a caso dall’Illuminismo (di cui la nostra società è figlia) e che ci ha portato a riconoscere un principio fondante di ogni democrazia: lo Stato di diritto, perché solo e soltanto questo può garantire uguaglianza. E lo Stato di diritto prevede, in maniera inequivocabile, l’obbedienza alla legge. Di più: la condicio sine qua non di ogni democrazia è che nulla può esser posto al di sopra di questa. D’altronde ne Lo Spirito delle Leggi, un testo cardine della democrazia contemporanea, Montesquieu esprime chiaramente tale concetto. L’illuminista francese a riguardo scriveva: “Tutto sarebbe perduto se lo stesso uomo, o lo stesso corpo di maggiorenti esercitasse questi tre poteri: quello di fare le leggi, quello di eseguire le decisioni pubbliche, e quello di giudicare i delitti o le controversie dei privati”. È questo il punto: il potere giudiziario è certamente fondamentale, ma non può in alcun modo sovrapporsi né a quello legislativo né a quello esecutivo. È il fondamento di ogni buona democrazia. Ecco perché quanto capitato a Torino, con la vicenda della bambina strappata ai genitori, è surreale e di fatto antidemocratico. Per un fatto innegabile: se la legge dice “a”, è assurdo che il giudice dica “b”. Ci si pone al di sopra della legge: inammissibile in uno Stato che si dica “democratico”.

Il pericolo – Si dirà: “non si può avere, però, figli a un’età così avanzata. I giudici hanno pensato al bene della piccola”. E qui sorge un altro principio chiave dello Stato di diritto. A partire da Immanuel Kant è pacifico che la legge, per essere tale, debba sempre obbedire a due principi, quello dell’universalità e quello della generalità. Le norme non possono cadere nel particolare dato che, giocoforza, verrebbe meno la loro componente universale, egualitaria e, dunque, democratica. Ed ecco il punto: prevedere casi particolari non solo non è ammissibile per uno Stato di diritto, ma è anche pericoloso. La ragione? Semplice. Pensiamo – nonostante la distanza siderale dal caso di Torino – ai totalitarismi. Quando e perché nascono? Esattamente quando si cominciano a concepire leggi e norme che cadono nel particolare, quando si limita la libertà individuale intervenendo nella vita di ognuno. Pensiamoci: vogliamo davvero una legge che ci dica fino a che età possiamo fare dei figli? Vogliamo che qualcuno decida su questo? Non sarebbe un clamoroso limite al libero arbitrio? Sarebbe, questo, uno Stato che uccide il diritto, in nome di una presunta etica che, per essere realmente tale, non si può pensare sia universale o “universalizzabile”. Sarebbe l’inizio dell’antidemocrazia.

Carmine Gazzanni

Sentenza giusta, c’è la legge morale

In uno Stato di diritto tutto ciò che non è vietato e che non contravviene alla Legge è lecito. Non è vietato che un settantenne faccia un figlio con una diciottenne. Non è vietato che una coppia di disoccupati indigenti faccia dieci figli. Non è vietato che una donna si metta una tuta di pelle stretta e aspetti su un marciapiede che qualcuno si fermi. Allo stesso modo, nessuna legge nel 2010 vietava a Gabriella e Luigi Deambrosis, all’epoca 57 e 69 anni, di “superare” l’ordinamento italiano recandosi in Spagna per fare terapie ormonali tali da consentirgli di concepire, in così tarda età, una bambina. Viola è nata in Italia e il fatto che un giudice abbia deciso, senza alcun riferimento alla normativa vigente, di toglierla ai genitori e darla in adozione (malgrado l’assoluzione dall’accusa di abbandono) rappresenta un precedente ingiusto e pericoloso, secondo il quale i principi dello Stato di diritto si disintegrano a discrezione di chi dovrebbe solo amministrare la giustizia. Ma c’è una forza più grande dell’uomo, che difficilmente può essere messa nero su bianco in un codice normativo, che è quella morale, che vincola le scelte umane sulla base del discernimento. Una forza che si è affievolita anno per anno nell’età dell’individualismo sfrenato e dell’edonismo assoluto come giustificazione di ogni vezzo. La forza morale dovrebbe tracciare il confine molto labile tra desiderio e smania, dove per il primo si intende una scelta consapevole e gratificante per tutte le parti, mentre la seconda implica un impulso irrazionale che non considera le conseguenze innescatesi.

Trionfo di egoismo – Avere un bambino è un desiderio d’amore forte e dolce per una coppia che può permettersi di accudirlo, capirlo e crescerlo secondo valori di solidarietà e condivisione. Ma diventa una smania egoistica di rivivere un tempo che non c’è più, se a volerlo sono persone che hanno più di due generazioni di differenza con il nascituro. Perché in un mondo senza più valori e intriso di pericoli sociali (istigazione all’odio, violenza, bullismo, cinismo diffuso), crescere un bambino significa mettere da parte se stessi per dedicarsi con energia e pazienza al più piccolo, debole e indifeso. Significa spiegargli il mondo con un ottica più vicina possibile a quella che lui potrà capire, per tutelarlo da problemi che forse dei potenziali nonni non potranno comprendere. Significa provare a restare al passo con i tempi per colmare esigenze sempre nuove nella vita di un giovane che affronta cambiamenti tecnologici perenni. E se è già molto difficile rimanere al passo quando si hanno età giusta e forza necessaria, lo è certamente molto di più quando si cammina col bastone. Perché purtroppo, per gestire la vita in una società globalizzata sempre meno attenta al futuro, l’amore da solo, per quanto grande, non basta. Perché forse non è giusto che a decidere il destino di Viola sia un giudice, ma è giusto che chiunque la cresca, quando avrà 20 anni, le racconti che ci sono tante cose che la legge non vieta, ma che la responsabilità morale dovrebbe imporre di non fare.

Beatrice Scibetta