La tentazione dallo Stato imprenditore: un disastro pagato già caro. Monta la voglia di nazionalizzare gli asset pubblici. Pochi però ricordano gli sprechi di quando avevamo l’Iri

di Gaetano Pedullà
Editoriale

Un viaggio nel passato come solo la politica italiana sa fare. Il dibattito aperto sulla possibile nazionalizzazione delle autostrade dopo il disastro di Genova, ci riporta agli anni dell’ingresso nell’euro e anche prima, quando il nostro Paese dovette dare un taglio con l’Iri e le perdite miliardarie accumulate ogni anno dallo Stato che faceva (molto male) l’imprenditore. Per legare i nostri destini economici a Germania, Gran Bretagna e Francia, mettendoci con l’esclusione di Londra sotto lo scudo della moneta comune, fummo costretti ad adottare misure per ridurre il debito pubblico già all’epoca insostenibile, cedendo la zavorra maggiore ai privati che se ne sarebbero voluti fare carico. Poi sappiamo com’è finita. Una politica poco lungimirante e sicuramente compiacente si imbarcò con una serie di boiardi sul panfilo Britannia, e in una spartizione durata tre giorni di navigazione concordò con le grandi banche d’affari internazionali e pochi volponi di casa nostra cosa sarebbe stato ceduto e cosa no.

Una roulette che – guarda caso! – disse male al nostro ministero del Tesoro, a cui rimasero in mano i grandi carrozzoni delle Ferrovie, dell’Anas, del trasporto locale, ecc. mentre le galline dalle uova d’oro finivano in parte o interamente sul mercato. Privatizzazioni come quella della Sip, poi diventata Telecom, e delle autostrade attraverso le concessioni, gridano ancora vendetta per la ricchezza bruciata da tutta la collettività a fronte dei guadagni stratosferici realizzati da pochi fortunati. All’inizio quel trasferimento di asset industriali dall’inefficienza della gestione statale alla decantata efficienza dei privati trovò giustamente adesione in gran parte dell’opinione pubblica. Solo la Sinistra – per sua natura statalista – storceva il naso, salvo poi firmare i contratti con le condizioni per lo Stato peggiori della storia.

Nomi e cognomi – Dietro il regalo della Telecom, che fruttò centinaia di miliardi di lire di soli interessi alle banche americane e inglesi finanziatrici degli imprenditori bresciani guidati da Roberto Colaninno resta per sempre il nome di Massimo D’Alema, mentre il dono persino più ricco delle autostrade – finite sotto il controllo di una famiglia che vendeva magliette – è opera di Romano Prodi. Non c’è bisogno dei nostri posteri per conoscere la sentenza di chi ci ha guadagnato tanto – i privati – e di chi ci perso molto di più – lo Stato –. Oggi nel gioco dell’oca di un Paese abituato a fare un passo avanti e due indietro, si torna dunque a rimpiangere quei tempi, quando è ormai chiaro che non fu sbagliato privatizzare, ma fu sbagliatissimo privatizzare nel modo in cui fu fatto, procedendo con liberazioni parziali in alcuni settori e la difesa del monopolio pubblico in altri, mentre negli accordi tra Stato e privati il primo era sempre incredibilmente il contraente debole. Solo così si spiega l’incongruenza tra i guadagni stellari dei concessionari o di chi comprava i beni pubblici in svendita e le briciole accettate da chi deteneva la proprietà, cioè tutti noi attraverso la creazione di debito pubblico su cui paghiamo ancora gli interessi. Le autostrade, per capirci meglio, le ha pagate lo Stato, non certo i Benetton.

Regali scandalosi – All’epoca si pensò che in un giusto equilibrio, alla fine ci avrebbero guadagnato tutti. Ma in realtà le cose non sono sempre andate così, considerando che alcune delle tante privatizzazioni furono un successo, con benefici considerevoli per chi vendeva e per chi comprava. Nei casi più eclatanti, come quello delle autostrade – appunto – i privati vollero però strafare e oggi perciò fa un po’ ridere chi si scandalizza per i dividendi miliardi incassati dai Benetton e dagli altri azionisti a fronte dei pochi trasferimenti alle casse pubbliche e delle manutenzioni fatte tanto bene da non aver impedito la tragedia del ponte Morandi sul capoluogo ligure. Questo giornale da anni denuncia l’asimmetria reddituale tra la parte concedente e i concessionari, ma anche il nostro rumore nulla ha potuto di fronte alla grancassa dei grandi giornali e delle televisioni collegate in mile modi (come ad esempio la pubblicità) agli interessi di chi immancabilmente incassava. Il risultato è che adesso, con il boato del ponte caduto giù più forte di tutto, è partita un’onda che rischia di buttare via il bambino con l’acqua sporca. Se è infatti doveroso annullare o revocare la concessione ad Atlantia, non è altrettanto saggio pensare che lo Stato si rimetta a fare il casellante. Cosa che non sa fare, come ieri hanno rilevato pure i governatori Toti e Zaia. Meglio fare nuove gare da cui emergano i privati che faranno bene il loro mestiere pagando allo Stato il dovuto, e non pochi spicci.