La Terza Repubblica già traballa. I Cinque stelle a caccia dei voti di Grasso e del Pd, ma solo se “derenzizzato”

di Carmine Gazzanni
Politica

L’unica cosa certa, per ora, è che il candidato premier del Movimento cinque stelle, Luigi Di Maio, oggi festeggerà la vittoria nella sua Pomigliano D’Arco. Per il resto regna l’incertezza. Ad oggi il Movimento preferisce godersi il risultato, “storico” secondo quanto dichiarato sin dai primi risultati dagli esponenti di prima linea dei Cinque stelle. E, a fronte di un tale straordinario risultato, Di Maio non si sbilancia, ripete come un mantra l’appello lanciato già in campagna elettorale alle forze politiche e resta al varco, aspettando il primo passo degli altri competitors. Che però Di Maio voglia trattare è una certezza. Il Movimento, in questo, si è giustamente istituzionalizzato: impossibile pensare di governare da soli, non ci sono i numeri e bisogna trattare. A cominciare dalle prime nomine, quelle dei presidenti del Senato e della Camera. Ieri, d’altronde, Di Maio è stato chiaro: “Siamo aperti al confronto con tutte le forze politiche a partire dall’individuazione delle figure di garanzia che dovranno guidare le due Camere”. Ed è questo, d’altronde, il refrain di tutti gli esponenti pentastellati che rilasceranno dichiarazioni ai microfoni dei media. Il day after, dunque, è caratterizzato soprattutto dal tema inevitabile del confronto politico per riuscire a far nascere un Governo che abbia una maggioranza in Parlamento. E, secondo quanto si apprende da fonti autorevoli, il Movimento guarda più al centrosinistra, ad un Pd che senza Matteo Renzi consentirebbe l’avvio di un dialogo proficuo, che non alla Lega di Matteo Salvini. Questo d’altronde, dicono persone interne ai Cinque stelle, è stato l’obiettivo sin da principio: anche un mese fa si sapeva che probabilmente il Movimento sarebbe stato la prima forza politica ma non avrebbe avuto i numeri per governare da sé. Da qui la scelta dell’apertura di Di Maio ad alleanze e poi la presentazione di una squadra di Governo che, a parte per due deputati uscenti (Riccardo Fraccaro e Alfonso Bonafede), presenta esperti e personalità esterne al Movimento.

La partita – Resta, però, un’esigenza concreta di voti per fare in modo che un Governo a guida M5s ottenga la maggioranza. I Cinque stelle secondo gli ultimi dati conterebbero su 221 deputati e 113 senatori. Ma i numeri restano ballerini considerando che una decina degli eletti sono coloro che hanno assicurato di dimettersi appena eletti. Difficile stabilire se lo faranno o meno, considerando che alcuni sono eletti nell’uninominale. Ed ecco allora che torna l’idea di un’alleanza con Renzi. Una linea, questa, che ha il placet di Beppe Grillo e che vede, nel Pd “de-renzizzato” l’interlocutore al momento più adatto per un Governo di “programma”. Non si tratta di una via agevole e nel Movimento lo hanno capito nel pomeriggio di ieri, dopo le dimissioni dilazionate di Renzi. Resta, però, un punto fermo: “Renzi se ne deve andare”. È questa la conditio sine qua non per aprire un canale con il Pd, già per le presidenze delle Camere. Per la cui guida il Movimento proporrà verosimilmente una rosa di nomi “di garanzia”. E in questa parola, “garanzia”, c’è tutta l’apertura ad un nome che non sia un acerrimo nemico della sinistra. Per questo, nella rosa, non può non esserci Roberto Fico (per la Camera) anche se non si esclude che dal Movimento si apra anche ad un profilo terzo. Ancora più congeniale ad ottenere l’appoggio esterno dei 228 deputati e 113 senatori del Pd e dei complessivi 19 parlamentari di Pietro Grasso. I più disposti, ad oggi, a trattare. A patto, però, che si giochi a carte scoperte.

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