L’autogol dello Stato in Telecom. Schiaffo agli investitori esteri. Cdp nel gruppo tlc invia un brutto messaggio. Qui a contare è la politica e non il mercato

di Gaetano Pedullà
Editoriale

Non c’è niente da fare: in Italia si può parlare di democrazia economica, di libero mercato e tutte queste storie belle, ma poi la rassicurante presenza dello Stato fa tutti contenti, anche se in storie come Telecom il Paese fa un salto indietro di decenni e i conflitti d’interessi sono alla luce del sole. Il vento della politica spira forte verso Cinque Stelle e Lega, forze politiche che seppure in modo confuso hanno in mente un ritorno dell’intervento pubblico in economia, e allora un po’ tutti – per convenienza o per conformismo – si accodano, in qualche caso passando già all’incasso. Basti pensare che in appena due giorni – cioè da quando si è saputo dell’ingresso di Cassa Depositi e Prestiti nel capitale del nostro ex monopolista dei telefoni – il valore in Borsa di Telecom Italia ha fatto un balzo a doppia cifra (+12,6%), con il titolo arrivato a oltre 0,85 euro, sui massimi dall’agosto scorso. Cassa Depositi formalmente non è direttamente lo Stato, ma nella sostanza il suo ingresso nel player telefonico rappresenta un ritorno proprio dello Stato – pure a caro prezzo – in un’azienda di cui si era disfatto per due lire (allora c’erano le lire!) nel lontano 1997 con una privatizzazione disastrosa. Perché la Cdp entra in Telecom e come si concilia questa presenza con l’investimento in Open Fiber, la joint venture con Enel, per fare in una certa misura le stesse cose? Il motivo vero lo sanno pure i sassi, anche se nell’ipocrisia di chi dovrebbe dare una comunicazione trasparente al mercato non viene detto.

I francesi di Vivendi che governano con il loro 23,9% Telecom – è questo il motivo di tanta ostilità verso di loro – vanno puniti per i molti errori e l’arroganza con cui pensavano di fare il bello e il cattivo tempo a casa nostra. E in un mondo che ha come faro il protezionismo Usa di Donald Trump, lo schiaffo ai corsari d’Oltralpe raccoglie anche simpatie. Così diventa più facile affrontare quella formalità non banale dell’assemblea in cui gli azionisti dovranno scegliere se a guidare Telecom saranno ancora i francesi o il fronte alternativo venutosi a formare attorno al Fondo movimentista americano Elliott, che forse non troppo casualmente si è incrociato in passato con gli interessi di Berlusconi, in guerra con Vivendi in Mediaset. In questo quadro, la Cdp sembra aver fatto il suo acquisto (con i soldi degli italiani) proprio per dare manforte a quello che viene umoristicamente chiamato il fronte italiano nel nostro operatore telefonico, nonostante Elliott batta bandiera statunitense e la stragrande maggioranza dei grandi investitori istituzionali azionisti sia estera. Tanto la partita è scoperta che ieri il vicepresidente di Telecom Franco Bernabè si è lasciato andare, affermando che si vedrà in Assemblea se l’ingresso di Cassa Depositi nella società telefonica è un atto ostile. Esito neppure tanto scontato, perché di fronte a una tale presa di posizione gli azionisti ci pensaranno bene prima di far guerra niente di meno che allo Stato, confermando che per vincere certi duelli non serve sparare ma semplicemente farsi vedere armati. Così la libertà di impresa va a farsi benedire, producendo forse un piccolo vantaggio nella partita dei telefoni, ma contemporaneamente un gigantesco buco per l’intera economia nazionale. E spieghiamo perché. Senza sottovalutare il cuore delle teorie keynesiane sui vantaggi di un certo intervento pubblico in economia, lo Stato che scende seppure per interposta persona in campo per condizionare una partita industriale invia al mondo un messaggio devastante: qui siamo ancora ai tempi in cui le azioni non si contano ma si pesano. La politica, insomma, conta più del mercato.

Paese a rischio – Non c’è da stupirsi, allora, se i grandi capitali che circolano per il pianeta cercando buone opportunità d’investimento, quando si tratta di fermarsi in Italia ci pensano cento volte e poi quasi sempre scappano altrove. Dunque, il punto che persino ottimi commentatori stanno penosamente tacendo è che un mercato dove non si rispettano le regole si chiama Far West. E a sfidare gli indiani ci vanno gli avventurieri, non certo chi si aspetta di competere ad armi pari soprattutto se c’è da difendere i propri investimento. Per questo i francesi di Vivendi, con tutti i loro sbagli, qui possono essere pure presi a pesci in faccia, ma fuori dai nostri confini rischiamo di trasformarli nel perfetto testimonial di come cacciamo chi non ci piace, nel generale silenzio anche della stampa di chi ha spolpato per anni lo Stato straparlando di libertà del mercato.