L’Egitto fa affari con la Russia. E finalmente pure gli Usa scoprono il regime

di Francesco Bonazzi
Primo piano

Le violazioni dei diritti umani, certo. Come no. Ma anche gli affari col nemico. Roba che non si perdona. L’Egitto del generale al Sisi sta rischiando molto, nei rapporti con gli Stati Uniti. A Washington comincia a montare il fastidio per il governo poliziesco del Cairo, finora grande alleato nella lotta all’Isis, ma caso strano tutto questo accade mentre il generale che ha rovesciato il presidente Mohamed Morsi rafforza i rapporti commerciali con Mosca e mentre la russa Lukoil si candida a sbarcare in Egitto. Il segnale d’allarme, per al Sisi, è scattato a cavallo di Pasqua, quando il New York Times ha preso spunto dalla lettera di una serie di esperti americani di politica mediorientale a Barack Obama per porre con forza un quesito non da poco: ha ancora senso continuare ad appoggiare un dittatore come al Sisi? Il quotidiano liberal ha ricordato che “quando le violazioni dei diritti umani in Egitto sono diventate più difficili da sorvegliare, la Casa Bianca ha sospeso gli aiuti militari”, ma quando Obama ha deciso di dare una stretta sulla lotta all’Isis, la consegna delle armi è ovviamente ripresa, con la spiegazione ufficiale che l’alleanza con l’Egitto fosse troppo importante. Ma ora, dopo tutta una serie di “gravi violazioni” tra le quali viene citato anche il caso di Giulio Regeni, secondo il New York Times, bisogna prendere atto che “da allora il giro di vite sugli islamisti pacifici, i giornalisti indipendenti e gli attivisti dei diritti umani si è intensificato” e gli Usa dovrebbero rivedere completamente la loro politica verso l’Egitto.

PRESSIONI
Non solo, ma nei prossimi giorni sono previsti alcuni contatti tra i due governi e a Washington dicono che l’amministrazione Obama si farà sentire. Già, ma su cosa? Solo sui famosi diritti umani? Non pare proprio. Gli Usa sono il secondo esportatore in Egitto dopo la Cina e prima dell’Italia, a cominciare dalle armi. E importano non solo alcune sementi e prodotti agricoli, ma anche petrolio e gas naturale. Non tanto, però. Non come altri. Qui il campione si avvia ad essere l’Eni, che l’estate scorsa ha messo a segno un colpo spettacolare con la scoperta del giacimento di gas di Zhor: il più grande “campo” del Mediterraneo, praticamente al largo del canale di Suez. Lo sfruttamento comincerà nel 2017 ed entro il 2019 l’Eni sarà in grado di produrre circa 75 milioni di metri cubi di gas al giorno (500 mila barili di petrolio equivalente). Il valore del giacimento è stimato in 5 miliardi di euro, per cominciare.

IMPEGNO
La scoperta di Zohr è fondamentale per l’Eni, ma lo è ancora di più per lo Stato egiziano, che ha un elevato fabbisogno energetico. Oltre ad avere molte ditte locali, e lavoratori, coinvolti nel progetto. Anche per questo il colosso pubblico italiano, sul caso Regeni, non ha avuto paura di esporsi, sapendo che può permetterselo. Il primo marzo, rispondendo a un appello della famiglia del ricercatore via Amnesty International, l’ad Claudio Descalzi ha scritto: “Le risposte che attendete sono assai importanti anche per noi”. E ha promesso massimo impegno dell’Eni con le autorità egiziane. Un concetto che il successore di Paolo Scaroni ha ripetuto al Messaggero il 6 marzo: “Pretendiamo chiarezza assoluta. La vogliamo come italiani e come Eni proprio per i rapporti che ci sono tra i due popoli”. Molto meno sensibili al tema dei diritti civili i russi, ansiosi di capitalizzare con nuovi affari il loro ruolo nella guerra al sedicente Califfato. La compagnia petrolifera di Stato, la Lukoil, potrebbe rilevare proprio il 20% di Zhor dall’Eni. Un modo per mettere il piede nel Mediterraneo e per sancire anche con il gas la piena sintonia tra Vladimir Putin e al Sisi. Una sintonia che mette a rischio i rapporti con Obama.

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