L’Eni prova a cambiare gasdotto

di Stefano Sansonetti
Economia

di Stefano Sansonetti

Un colpo di scena, inimmaginabile se solo si risale nel tempo a non più di sei mesi fa. Il fatto è che l’Eni, il colosso petrolifero guidato da Claudio Descalzi, sembra seriamente intenzionato a voltare pagina nella strategia di investimenti nel settore gas. Il Cane a sei zampe sta valutando l’opportunità di entrare nel Tap (Trans Adriatic Pipeline), il progetto di gasdotto che dovrebbe portare in Italia il gas dell’Azerbaijan passando per Turchia, Grecia e Mare Adriatico. Operazione per certi aspetti clamorosa, visto che dovrebbe accompagnarsi al contemporaneo disimpegno dal South Stream, ovvero il progetto di gasdotto concorrente in cui per adesso l’Eni è coinvolto insieme ai russi di Gazprom, fin qui grandi alleati.

IL PERIMETRO
Insomma, secondo quanto risulta a La Notizia, quella in atto è una riflessione che porterebbe il colosso italiano a defilarsi da un’alleanza che ha caratterizzato per anni le scelte di politica energetica dell’Eni. Ma i tempi, si sa, cambiano. E in questi ultimi mesi si sono registrate trasformazioni di cui verosimilmente non si può non tenere conto. In cima alla lista dei cambianti spiccano la crisi russo-ucraina e le sanzioni comminate a Mosca da Unione europea e Stati Uniti. Decisioni che hanno pericolosamente incrinato i rapporti tra le parti in alcuni grandi progetti. Su tutti il South Stream (partecipato da Gazprom, Eni, dalla tedesca Wintershall e dalla francese Edf), gasdotto che dovrebbe portare gas dalla Russia all’Europa evitando il territorio ucraino. Per capire quanto quest’ultimo progetto rischi grosso, basta mettere insieme un po’ di tasselli. Qualche giorno fa, nel corso di un’audizione all’Europarlamento, il nuovo commissario all’Unione energetica Maros Sefcovic ha detto senza troppi giri di parole che “non possiamo accettare la realizzazione sul nostro territorio di un grande progetto come il South Stream da parte di una compagnia che non intende rispettare la legislazione comunitaria”. Lampante il riferimento ai russi. Ma Sefcovic ha allo stesso tempo chiarito che l’Ue dovrebbe sostenere al massimo il Corridoio Sud, in pratica le “linea” di infrastrutture destinate a portare in Europa il gas del Caspio. Come dire: la nuova Commissione scommette di più su questa frontiera.

I PRIMI CONTRATTI
Non finisce qui, però. Qualche giorno fa, ad Ankara, sono stati firmati i primi accordi per la costruzione del Tanap (Trans Anatolia Natural Gas), ossia il gasdotto da 1.841 chilometri che fornirà il gas azero attraversando la Turchia. In ballo la fornitura di tubi d’acciaio per 500 milioni di dollari. Anche il Tanap è inserito nel Corridoio Sud. E proprio a questo gasdotto, a partire dal confine tra Grecia e Turchia, si connetterà il Tap, il cui approdo dovrebbe essere sulle coste del Salento (in località San Foca). Il Tap, complessivamente, è un progetto di gasdotto da 870 chilometri che dovrebbe portare 10 miliardi di metri cubi, successivamente raddoppiabili. In più l’opera ha recentemente avuto il via libera dal ministero dell’ambiente ed è apertamente appoggiata dal governo guidato da Matteo Renzi. Dietro al Tap, al momento, ci sono gli inglesi di British Petroleum (20%), gli azeri di Socar (20%), i norvegesi di Statoil (20%), i belgi di Fluxys (19%), gli spagnoli di Enagas (16%) e gli svizzeri di Axpo (5%).

CHI ENTRA E CHI ESCE
Ma la compagine ha dimostrato di essere “mobile”, se solo si considera che di recente sono usciti i francesi di Total, che erano al 10%, e i tedeschi di E.ON (9%). Qualche ulteriore cambiamento, quindi, potrebbe intervenire. Le parti, naturalmente, rimangono abbottonatissime. Dal Cane a sei zampe fanno sapere a La Notizia che “Eni non ha in corso alcuna valutazione su un eventuale ingresso nel progetto relativo al gasdotto Tap. Per quanto riguarda il South Stream, di cui Eni è azionista di minoranza, non ci sono novità sulla partecipazione al progetto, che viene monitorato costantemente per assicurare coerenza con gli obiettivi di disciplina finanziaria”. Ma è chiaro a tutti che trovare i 23 miliardi di euro per la costruzione del South Stream è un’operazione titanica, tanto più con le sanzioni che impediscono a Gazprom di finanziarsi presso le banche europee. Per questo Descalzi ha deciso di buttare un occhio al Tap.
Twitter: @SSansonetti