L’eterna sospensione tra crisi e desiderio. Il viaggio-fuga di un manager e la violenza liberatoria della verità. Neri indaga l’infinita ricerca di ciò che soddisfa davvero l’animo umano

dalla Redazione
Cultura

Gabriele Santucci è un manager cinquantenne. Per un quarto di secolo ha vissuto con l’obbligo cinico di mettere tra parentesi qualsiasi parvenza di etica pur di sentirsi appagato nella multinazionale in cui lavora, un impero eretto sul commercio dei letali rivestimenti in fibra d’amianto. C’è, però, un momento nella vita di ognuno in cui si è costretti a fermarsi, sospesi a mezz’aria, interrotti nello spazio e nel tempo. Ed è lì che si è obbligati a fare i conti con quanto si è riusciti a sommergere negli anni; è lì che bisogna fare i conti con il peso, violento e liberatorio, della verità. Con uno stile elegante ma feroce, lo scrittore Michele Neri, nel suo “Sospensione”, romanzo edito da Centauria, riflette sul tempo che passa, ma non muta, e sull’uomo che è nel mezzo, soffocato tra il suo incessante desiderio di qualcosa che possa farlo sentire realizzato sebbene spesso non si sappia nemmeno cosa sia, e il baratro, quella crisi da cui – si teme – non ci si può riprendere, come fosse un dirupo dinanzi al quale, una volta caduti, sarebbe drammaticamente vano ogni sforzo. Anche il manager Santucci, ineluttabilmente, cade in una crisi profonda. Colpa di una diagnosi insperata per chi ha sempre creduto nell’immortalità dell’erezione: un trauma fisico personale legato all’impotenza sessuale. Un colpo che fa sprofondare Santucci. Abbandona improvvisamente lavoro, casa, famiglia, paese e scappa. I suoi amici amici del liceo, rintracciati dalla moglie, si metteranno sulle sue tracce. Ma il viaggio-fuga del protagonista trascende confini spaziale e temporali, in un braccio di ferro col proprio “io” con colpi  proibiti e inattesi, inevitabili con chi è costretto a rendersi conto di aver consapevolmente costruito un’esistenza che rischia di non essere quella creduta, né tantomeno sperata. Gabriele è diventato un manager che si sporca le mani, che punta al sodo, al prezzo, alla “somma che vogliono per morire senza dire più niente”. La grandezza di questo romanzo sta nello sbattere in faccia al lettore una storia che è la storia di tutti. La storia di chi vive sospeso tra una crisi che diventa via via sempre più consapevole e l’illusione di vedersi realizzato, di aver esaudito i propri desideri. Finché, invece, non ci si rende conto che non c’è nulla di più vano di un sogno costruito a misura, disegnato per comodità e opportunismo e che, invece, è assolutamente lontano dal sé. Neri non si fa scrupolo alcuno, da buon fotografo del reale. Mostra l’irrazionalità della vita umana senza retorica e senza addolcire la pillola: una corsa verso l’ignoto. Durante la quale  si cerca un senso, una spiegazione. Finché non si capisce che quel senso è anche sbagliato.