L’Italia sotto ricatto. Ecco perché non è solo questione di spread. Gli establishment alla partita della vita. Umiliare Roma è l’avviso ai populisti

di Gaetano Pedullà
Editoriale

Se qualcuno si fosse illuso, scenda sulla terra. M5S e Lega hanno avuto sempre nemici temibilissimi, ed era impensabile che per buttarli giù non sarebbe arrivata l’artiglieria pesante. A impensierire non era ovviamente la flebile opposizione del Pd e (quando gli serve qualcosa) di Forza Italia. Più preoccupante il fronte giudiziario. Dopo le accuse a Salvini per la vicenda Diciotti e il sequestro dei 49 milioni del Carroccio dei tempi di Bossi, le toghe hanno mostrato quanto tengano in considerazione il Governo eleggendo vicepresidente del Csm l’unico consigliere dem, e per di più un fedelissimo di Renzi. Ordinaria amministrazione in questo Paese, dove la separazione dei poteri coincide con la guerra tra poteri, soprattutto quando ci sarebbe da fare solo gli interessi nazionali. Con la Manovra però è sceso in campo l’avversario più duro. Non un singolo avversario ma un insieme di soggetti robustissimi, resi ancora più micidiali da quella forza che solo la disperazione può tirare fuori. I soggetti in questione sono formalmente i tecnocrati europei, i mercati a cui non pare vero di speculare sull’Italia, le forze moderate di tutta Europa che sentono le prossime elezioni per il Parlamento di Strasburgo come un girone ad eliminazione tra i sovranisti da un lato e le tradizionali famiglie politiche dall’altro. Ma in realtà c’è anche altro, e solo così si spiega la contraerea scatenata contro l’Italia e il suo legittimo Governo – che piaccia o no, qui non è rilevante – con l’alibi della forzatura sui conti pubblici.

Prima di andare avanti ricordiamo e mettiamoci bene in mente di cosa stiamo parlando: in una situazione di immenso disagio sociale il nostro Esecutivo ha impostato una legge di bilancio che fissa il rapporto tra nuovo deficit e la ricchezza nazionale al 2,4%, anziché all’1,6% fissato dalla Ue. Tutta questa tarantella dei commissari europei impazziti, dello spread che decolla, dei soliti sedutissimi commentatori sui nostri giornali è dovuta quindi ad una differenza dello 0,8% di deficit in più, che tradotto significa appena qualche miliardo di euro ufficialmente destinato a nuovi investimenti, a una minuscola riduzione delle tasse che frenano la ripresa e al Reddito di cittadinanza. Ecco, sta qui il vero problema, come ieri mattina ha ammesso il capogruppo della Lega a Montecitorio, tale Riccardo Molinaro, prima di essere costretto a smentirsi per non fare venire giù il Governo.

Illusi sui debiti – Il Reddito di cittadinanza introduce un vulnus irreparabile a un sistema che si regge sull’illusione collettiva dei debiti sovrani. Gli Stati, in sintesi, hanno tanti di quei soldi da restituire che solo un pazzo può pensare sulla possibilità di estinguere un giorno ogni pendenza con i creditori. Dunque si va avanti guardando alla solvibilità dei debiti nel medio periodo, caricando però sul groppone di alcuni una pesante zavorra e sulle spalle di altri un soffice cuscino, malgrado sia chiaro che quando arriverà lo show down non ci sarà un solo Stato al mondo che riuscira a non fallire. L’artificio dello spread è dunque l’arma più temibile che ha un intero sistema per tirare a campare più a lungo possibile, e salvarsi dall’avanzata di forze populiste e rivoluzionarie che minacciano non lo 0,8% di Pil, bensì la sopravvivenza del mondo finanziario così come oggi lo conosciamo.

Incidente della storia? – Contro tutto questo Di Maio e Salvini sono un incidente della storia, un piccolo impaccio finito chissà come in un ingranaggio sofisticatissimo. Così perlomeno gli establishment – anche quelli di casa nostra – vedono l’avanzata dei sovranisti, o dei populisti, come vengono chiamate in modo intenzionalmente dispregiativo quelle forze che stanno svegliando le coscienze di mezza Europa. Invece di comprenderne la genesi, e di approfittarne per mostrare un volto diverso, l’Unione europea sta dimostrando di essere chiaramente ostaggio di una logica che non contempla alcuna solidarietà tra gli Stati e men che meno verso i cittadini europei. Così anche ieri i tecnocrati non hanno perso occasione per creare nuovo allarme sui mercati, facendo la faccia feroce verso un Governo che si è presentato con richieste ragionevoli, portate al tavolo in modo mite dal ministro Tria. L’effetto è stato proprio quello che volevano questi signori, definiti non inopportunamente terroristi dal nostro vicepremier Di Maio. Il panico ha fatto salire fino a 300 punti base lo spread tra i titoli del nostro debito pubblico e quelli omologhi tedeschi, facendo pagare il conto non a Cinque Stelle e Lega, ma all’Italia intera. Un motivo più che sufficiente in un Paese normale per spingere tutti a fare quadrato e difendere a Bruxelles e in ogni dove le nostre ragioni. Ma noi mica siamo un Paese normale. E qui tra disfattismo e la comoda abitudine di attaccare il carro dove vuole il padrone è più facile trovare chi sta con Juncker che con l’Italia.