L’ultima bugia della Ue. Juncker saluta senza ammettere il flop. Il discorso sullo stato dell’Unione con la solita lista di illusioni e amnesie

di Gaetano Pedullà
Editoriale

Il discorso sullo stato dell’Unione tenuto ieri dal presidente Juncker al Parlamento europeo può esser definito il suo testamento, e questo non perché è stato l’ultimo prima dello scioglimento dell’attuale assemblea, ma perché proprio di testamento politico si tratta, cioè di lascito delle ultime volontà di un’istituzione ridotta in fin di vita. Con un mucchio di parole vuote – come è stata vuota di solidarietà e buon senso l’Europa che abbiamo conosciuto almeno nell’ultimo decennio – il numero uno della Commissione ha aggirato i fallimenti di un continente piegato sugli interessi tedeschi (e più di recente dell’asse franco-tedesco) addossandone la responsabilità ai dilaganti nazionalismi. Alla sovranità dei singoli stati si è opposta l’idea di una nuova sovranità, questa volta di tipo europeo, senza considerare che il consenso popolare per gli attuali establishment è al minimo storico e alle elezioni della prossima primavera ne vedremo delle belle. Incapace di riconoscere i propri errori, il sistema di potere che ha proprio in Juncker l’interprete più grottesco, porterà con se la responsabilità storica di aver sperperato l’immenso patrimonio di fiducia che era stato riposto nell’Unione. D’altra parte come definire se non grottesca la proposta presentata giusto ieri di un rafforzamento della guardia costiera internazionale, a presidio delle coste dall’arrivo senza sosta dei migranti? Come se ci si fosse accorti solo adesso di un dramma storico e globale.

Così la cabina di comando europea ha dimostrato ancora una volta di essere inadeguata al suo compito. Un fiasco di cui c’eravamo accorti già in economia, visto che stiamo ancora aspettando i prodigiosi effetti del piano Juncker (sì, sempre lui) da 300 miliardi di euro per far decollare la crescita. Uno dei più grandi bluff della storia, rimasto però parzialmente nascosto perchè è arrivato il presidente delal Bce Mario Draghi a metterci una pezza, con quel quantitative easing – cioè una eccezionale immissione di liquidità monetaria nel sistema finanziario – con cui si è salvato l’Euro, l’Europa e parte dei suoi incapaci governanti.

A pochi mesi del rinnovo del Parlamento di Strasburgo, l’Europa avrebbe dunque il dovere di presentare un bilancio più sincero. I grandi obiettivi sono stati del tutto mancati. Prima di tutto in politica estera, dove l’Ue è un nano di fronte a Usa, Cina e Russia. Non abbiamo saputo fare neppure i nostri interessi disinnescando i conflitti nelle aree dalle quali è partito il terrorismo che ha bagnato di sangue molte capitali. Dalla Siria alla Libia, l’Europa ha sempre dato risposte con lingue diverse, riuscendo persino ad alzare i livelli di crisi, come ben sanno proprio in queste ore dalle parti di Tripoli. Un pessimo risultato del quale non è tutta colpa del commissario agli Affari esteri, l’unica italiana piazzata dall’allora premier Matteo Renzi nel governo dell’Unione: Federica Mogherini. Il vero guaio, infatti, è che la natura stessa di una comunità solo parzialmente integrata ci pone come podisti azzoppati in una competizione impari con tutti gli altri campioni del mondo. Senza un esercito, con interessi economici perseguiti ognuno come gli va, senza una politica fiscale comune, questa Europa ha mostrato una faccia vile e un’altra odiosa. La prima è stata quella di fronte ai migranti, lasciati morire a migliaia nel Mediterraneo, in un genocidio che un giorno si incaricherà la storia di paragonare alle gesta dei peggiori dittatori del secolo scorso. Contribuire a scongiurare la fuga di milioni di persone era la strada maestra, ma in alternativa si potevano (e si possono) stabilire corridoi umanitari o altre forme di tutela lasciate invece per anni al buon cuore dell’Italia e al portafoglio dei trafficanti di uomini. Indimenticabile in tal senso le promesse solenni fatta anche dalla cancelliera Merkel a Lampedusa dopo il drammatico naufragio dell’ottobre 2013. Dalla montagna è arrivato un topolino così piccolo che non c’è stata Ong del pianeta a non sentirsi autorizzata a trasformarsi in un taxi per disperati tra l’Africa e l’Italia.

Dopo quella vile, c’è poi la faccia odiosa: la faccia della più spudorata burocrazia. Seduta sugli allori dei contributi miliardari elargiti senza discussione dai Paesi membri, Bruxelles si è inventata meccanismi diabolici per restituire il minimo possibile, facendo perdere montagne di soldi non solo alle imprese, ma anche agli enti pubblici territoriali. L’Italia e il Sud in questo sono stati bravissimi, un po’ anche per colpa nostra e di chi ha usato queste risorse come un bancomat per fare clientele politiche e non occasione di sviluppo economico. L’Europa, non tanto nel suo Parlamento trasformato in luogo pressoché inutile dei localismi e del folklore, ma nella Commissione dominata dalle grandi lobby economiche e finanziarie, ha regolato di tutto, spesso con decisioni degradanti prima ancora che penalizzanti, per esempio, per l’agricoltura italiana. Il dilagare dei populismi, e i sovranismi, non sono quindi un incidente frutto del caso, ma la risposta a un fallimento del quale Juncker anche ieri si è guardato bene dall’ammettere. L’ultima ipocrisia di una stagione sprecata.