“L’ultimo melograno”, la rinascita curda nel viaggio onirico di Bachtyar Ali. Una prigionia lunga 21 anni durante il regime e la ricerca di un figlio perduto in un mondo cambiato

di Carmine Gazzanni
Cultura

Da una parte la storia di un popolo, dilaniato da una dittatura sanguinaria, com’è stata quella di Saddam Hussein; dall’altra i meandri dell’animo umano, tragici e onirici al tempo stesso. E al centro un albero, il melograno, l’ultimo della terra, e tre frutti, delicati e fragili perché di vetro. Non poteva cominciare meglio l’avventura nella narrativa estera di Chiarelettere, inaugurata con un libro che è “affresco potente e agghiacciante”, come l’ha definito il Times. Uno degli autori curdi più amati dell’intero panorama mediorientale, Bachtyar Ali, incanta e scava nella profondità umana con L’ultimo melograno (Chiarelettere, pp. 272). Tutto parte dal “risveglio” di Muzafari Subhdam, un ex soldato rivoluzionario che ha lottato per l’indipendenza dei curdi in Iraq. Una scelta che l’ha portato ad affrontare ventun’anni di prigionia, durante i quali l’unico balzo di vita era il contatto dei nudi piedi con i granelli di sabbia.

L'ultimo melograno

Con luoghi simbolici che ritmano il racconto, Ali tesse una tela onirica, che richiama alla mente la “brutale dolcezza” del filone fiabesco nord-europeo. E così la ricerca di un figlio ormai perduto diventa un viaggio fantastico, tra castelli di vetro dove l’eco è quasi assordante, e palazzi nella foresta assediata da diluvi infiniti. E sullo sfondo di una dimensione che si muove, sinuosa, tra il sogno e la realtà, la storia di un popolo intero, quello del Kurdistan, che finisce con l’essere storia del mondo e dell’uomo. Muzafari è ormai estraneo alle cose del mondo, ma ha ancora uno scopo che lo sprona ad affrontare un Paese divenuto irriconoscibile: ritrovare il figlio abbandonato in fasce.

Su una barca che lo porta in Europa insieme ad altri profughi, Muzafari racconta la sua incredibile vicenda personale, che rispecchia quelle di un’intera generazione perduta tra gli orrori della guerra. Ali riesce con audacia a raccontare l’uomo e la politica, il sogno di un cambiamento e il fallimmento del reale. I protagonisti, calati in un mondo che delude, restano però puliti, non sporcati dalla violenza. Segno che l’unica via di fuga per l’uomo è ricercare (più che ritrovare) se stesso.