Mafia Capitale non perdona. Gli scarcerati tornano in cella. Dietro le sbarre i picchiatori Brugia e Calvio. Per Buzzi e Carminati si avvicina il 41 bis

di Davide Manlio Ruffolo
Cronaca
mafia capitale

Prima la sentenza sul ‘mondo di mezzo’, ora la resa dei conti chiesta dalla Procura. Lasciano i domiciliari e tornano in carcere, come effetto del verdetto della III Corte d’Appello di Roma che ha riconosciuto la mafiosità dell’organizzazione, due dei più stretti collaboratori del boss Massimo Carminati. Si tratta del fedelissimo Riccardo Brugia, con cui il ‘cecato’ condivideva un passato criminale iniziato già ai tempi dei Nar, e Matteo Calvio, meglio noto con il soprannome di “spezzapollici” per le sue maniere spicciole nel settore del ‘recupero crediti’ e che di certo non lasciano spazio all’immaginazione. A differenza loro, in questa partita a scacchi, hanno avuto maggior fortuna l’ex consigliere comunale e regionale Luca Gramazio e l’imprenditore Fabrizio Franco Testa. Per loro non si spalancheranno le porte del carcere ma potranno restare al tepore delle proprie abitazioni nonostante le pesanti condanne ricevute, 8 anni e 8 mesi il primo, 9 anni e 4 mesi il secondo. Questo perché la Corte d’Appello non ha ritenuto necessario alcun aggravio della misura cautelare in quanto il politico e l’imprenditore sono ormai fuori dai giochi. Inoltre i due, dal momento della deflagrazione dell’inchiesta, hanno rescisso ogni legame con il sodalizio di cui facevano parte.

Scacco matto – Ma la partita decisiva per il destino dei condannati del mondo di mezzo è ancora tutta da giocare. Nei prossimi giorni, infatti, la Procura generale di Roma intende arrivare a scacco chiedendo il ripristino del famigerato articolo 41 bis, con cui è disciplinato il cosiddetto carcere duro, per i due boss dell’organizzazione, il ras delle coop Salvatore Buzzi e Carminati. A quel punto la loro sorte sarà tutta nelle mani del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede che, valutato il caso, deciderà se per i capi di Mafia Capitale è sufficiente un normale regime detentivo o se è necessario inasprirlo.

Pareri discordanti – Mentre molti chiedono il ripristino del carcere duro per i due boss, l’avvocato Giosué Naso, difensore di Carminati, ha spiegato a La Notizia: “l’esigenze del 41bis? la prendo come una battuta di spirito perché non c’era nemmeno durante il processo. Parliamo di una persona che in carcere ci è sempre saputo stare con disciplina e senza crear problemi. Tutte queste cose sono solo finalizzate a fiaccare il morale e la voglia di difendersi di questa gente, di rendere la loro difesa praticamente impossibile. Perché poi di questo si tratta”.

Tutti in Cassazione – Nessun dilemma, il ricorso in Cassazione da parte dei legali dei condannati ci sarà. Ma solo dopo la lettura delle motivazioni della sentenza. Del resto, spiega il difensore del cecato, “è inevitabile farlo perché andare al Tribunale della libertà per il ripristino della custodia cautelare o a quello di Sorveglianza per il 41bis, a Roma è un perdita di tempo. Qui non esiste più, non c’è se non sulla carta”.

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