Mazzette al Consiglio di Stato. La talpa era dell’intelligence. Notizie della Finanza cedute per 30mila euro. Il nostro 007 si è dimesso dall’incarico

di Davide Manlio Ruffolo
Cronaca

Dossier, passaporti falsi e rivelazione di notizie riservate sullo stato delle indagini. Se l’inchiesta sul giro di mazzette al Consiglio di Stato aveva già sorpreso tutti, ora si arricchisce di un nuovo e incredibile capitolo: l’arresto del carabiniere Francesco Loreto Sarcina, all’epoca dei fatti in servizio all’Agenzia informazioni e sicurezza interna (Aisi), indagato per favoreggiamento, concorso nella violazione del segreto d’ufficio e falso in atto pubblico. Una spy story all’italiana che vede al centro dell’inchiesta, su cui stanno lavorando a stretto contatto le Procure di Roma e Messina, un gruppetto di giudici e avvocati intenti a pilotare sentenze e a depistare indagini. A capo del complesso e trasversale sistema corruttivo, c’erano gli avvocati siracusani Piero Amara e Giuseppe Calafiore, entrambi finiti agli arresti lo scorso 5 febbraio assieme ad altre 13 persone tra cui l’ex pm Giancarlo Longo e l’imprenditore Ezio Bigotti, considerato vicino all’onorevole Denis Verdini. Proprio i due legali che hanno messo in piedi il gigantesco sistema, sono quelli che a poco a poco lo stanno demolendo attraverso scottanti rivelazioni fatte ai magistrati. Come quelle che hanno inchiodato l’ex agente dell’intelligence che, fino a poco tempo fa, non aveva nemmeno un nome; o meglio si era presentato come “Franco”, per giunta spacciandosi per dipendente del Consiglio dei Ministri, a Calafiore su Wickr Messenger, la chat top secret che autodistrugge i messaggi. L’insolito scambio di battute proseguiva e l’ex Aisi, senza giri di parole, prometteva una scappatoia dai problemi legali che, da Roma a Messina, facevano perdere il sonno l’interlocutore siracusano. Ingolosito dalla proposta, l’avvocato non perdeva tempo e prendeva appuntamento in un albergo di via Marsala.

Incontri e denaro – Qui il legale, forse ancora diffidente, si presentava assieme ad Amara e finalmente incontravano il presunto Franco. L’appuntamento si rivelava un successo e i due siracusani decidevano di fidarsi dell’uomo che, in fin dei conti, chiedeva ‘solo’ mazzette in cambio di informazioni riservate. Ben 30 mila euro che venivano consegnati a Sarcina, in due tranche e all’interno di un convento a Roma, e che fruttavano golose informazioni. Prima quella di un imminente perquisizione ai danni dei due legali, effettivamente verificatasi, poi tre informative della Guardia di Finanza non ancora finite sul tavolo del magistrato che le aveva ordinate. Dati digitali contenuti in alcune chiavette che poi, nella speranza di far sparire ogni traccia, Amara e Calafiore gettavano nel Tevere assieme al Computer con cui erano state lette. Ironia della sorte proprio il luogo top secret scelto per i pagamenti, finiva per incastrare l’ex agente segreto e svelarne l’identità. Nel convento, l’uomo era solito telefonare ad una suora di sua conoscenza. E nella rubrica dello smartphone, tra i numeri registrati dalla religiosa c’era anche quello di “Franco”, poi risultato intestato a Sarcina.