Meno onorevoli, più cittadini. Ecco il piano del M5S per la democrazia diretta. La Camera avrà 400 parlamentari e il Senato 200

di Carmine Gazzanni
Politica

Quando le riforme costituzionali vennero presentate, lo scorso ottobre, dal Movimento cinque stelle, il ministro per i Rapporti col Parlamento, Riccardo Fraccaro, dichiarò: “Con queste riforme gli italiani non saranno più semplici elettori da convincere ogni cinque anni, ma diventeranno i veri depositari della sovranità che, come recita la Costituzione, appartiene al popolo”. E l’intento è proprio questo: in maniera certamente meno rumorosa rispetto al clamore della disastrosa riforma Boschi (almeno stando al risultato referendario), il Movimento cinque stelle ha incardinato alcune proposte che cambieranno sensibilmente l’impalcatura costituzionale, e altre cominceranno ad essere discusse a stretto giro. Dal taglio del numero dei parlamentari all’abolizione del Cnel fino al referendum propositivo, andiamo a vedere nel dettaglio i provvedimenti che il Movimento cinque stelle vuole portare ad approvazione per rendere un po’ più “diretta” e partecipativa la nostra democrazia.

Camere svuotate. Si scende a 600 seggi. Il taglio è drastico – 345 parlamentari – per arrivare alla cifra di 400 deputati (contro gli attuali 630), di cui 8 eletti all’estero, e 200 senatori (contro 315), di cui 4 eletti all’estero. Per un totale di 600 parlamentari in tutto, contro gli attuali 945. È questa la composizione del Parlamento secondo quanto prevede il ddl di riforma costituzionale depositato da Lega e Movimento cinque stelle a Montecitorio e a Palazzo Madama. Un taglio che garantirebbe “un risparmio economico a beneficio dell’efficienza”. Risparmio quantificato da Fraccaro in “500 milioni di euro in meno di una legislatura”. Il taglio, però, non vuol dire cancellare il Parlamento, ma dare maggiore spazio alla partecipazione attiva dei cittadini.

Referendum propositivo. La sovranità è del popolo. Con il ddl sul referendum propositivo, si va a modificare l’articolo 71 della Costituzione, che al momento prevede solo il referendum abrogativo. L’iter del nuovo referendum funzionerà in questo modo: i cittadini, raccolte inizialmente 100 mila firme, sottoporranno al vaglio della Corte costituzionale il testo del referendum. Se ci sarà il via libera della Corte, allora serviranno 500 mila firme per sottoporre il quesito al voto popolare. Il Parlamento sarà obbligato ad esaminare la proposta di legge di iniziativa popolare entro 18 mesi. Trascorsi i 18 mesi senza che il Parlamento si sia espresso, scatterà il referendum. Ma c’è anche un’altra strada percorribile: il Parlamento legifera su quella proposta ma ne approva un’altra o comunque cambia il testo della proposta popolare. In quel caso, si sottoporranno a referendum entrambi i testi, e sarà legge quello che otterrà più voti.

Quorum fissato al 25%. Ma non sui partecipanti. Inizialmente la proposta del Movimento cinque stelle non aveva quorum. La discussione parlamentare ha portato a inserire il quorum al 25% sia in riferimento al referendum propositivo che in riferimento a quello ab ma non in senso strutturale (cioè il numero di aventi diritto che devono partecipare alla consultazione per renderla valida) ma in senso approvativo (cioè il numero dei voti validi per l’approvazione delle proposte). Ciò sarà valido non solo per il referendum propositivo, ma anche per quello abrogativo. Come ha detto Riccardo Fraccaro, “ciò consentirà di incentivare la partecipazione attiva, garantendo al contempo che vengano approvate proposte che hanno un grande consenso tra i cittadini”. In effetti, con questo passaggio si promuove la partecipazione dei cittadini impedendo manovre astensionistiche.

Una legge viene abrogata? Sì al vincolo parlamentare. Il disegno di legge, presentato dal senatore Gianluca Perilli (leggi l’intervista) chiude il cerchio delle riforme costituzionali in riferimento ai referendum. Il titolo della proposta è molto chiaro: “Introduzione di un vincolo per il legislatore di rispettare la volontà popolare espressa con referendum abrogativo”. Si prevede, in altri termini, che in caso di legge abrogata dalla volontà popolare dopo una consultazione referendaria, il Parlamento non possa più intervenire su data questione per cinque anni. Così ripristinando la simmetria tra esito negativo ed esito positivo del referendum. Infatti, com’è ricordato nella documentazione del ddl, la legge sancisce che, qualora il risultato della consultazione sia negativo, non potranno essere proposti referendum per l’abrogazione della stessa legge per un periodo di cinque anni. “Pare dunque – si legge nella proposta – ragionevole ipotizzare che, in caso di esito positivo, sia rispettata la volontà popolare per pari tempo”. Non solo. Si intende, infatti, “consentire ai promotori del referendum di attivare il controllo di legittimità costituzionale sul rispetto del vincolo di cinque anni. In questo modo i cittadini e i poteri dello Stato possono concorrere ad una produzione legislativa rispettosa della volontà popolare”. Tutto questo, però, senza rinunciare al diritto parlamentare di intervenire sui provvedimenti: ma in caso di legge abrogata, occorrerà una maggioranza assoluta dei componenti delle Camere.

Nuova legge elettorale. Arriva il Rosatellum-Tris. Inevitabilmente, con il taglio dei numeri dei parlamentari dovrà essere rivista anche la legge elettorale. La maggioranza M5s-Lega ritiene che sia “opportuno un intervento del legislatore che riporti la normativa elettorale alla tradizionale impostazione in base alla quale essa sia sempre applicabile prescindendo dal numero dei parlamentari”. Obiettivo impossibile nella stesura vigente della legge elettorale che richiama espressamente il numero dei seggi e dei collegi, assegnati in parte con il sistema maggioritario (232 su 630 alla Camera e 116 su 315 al Senato) e per la parte restante con quello proporzionale. A differenza, ad esempio, di quanto accadeva col vecchio Mattarellum del 1993 che faceva, invece, riferimento “ad una percentuale”: 75% maggioritario e 25% proporzionale. Con il ddl M5S-Lega si torna, in sostanza, ad un’impostazione che preveda, “l’indicazione di una frazione del numero totale dei deputati e dei senatori”, si legge nella relazione che precede il disegno di legge, ora in discussione in commissione Affari costituzionali.

Abolizione del Cnel. Dopo Renzi, ci prova M5S. Un altro provvedimento, presentato nel pacchetto di quattro ddl (insieme al taglio dei parlamentari, al referendum propositivo e all’abolizione del quorum per quello abrogativo) già a ottobre dal ministro Fraccaro, riguarda l’annosa questione dell’abolizione del Cnel (il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro). Questa misura, come si ricorderà, era contenuta nella riforma renziana e dunque sarà difficile per i dem opporre un no secco al provvedimento. Del Cnel, d’altronde, si discute da tempo. E l’idea di scorporare i vari provvedimenti, scindendoli l’uno dall’altro, nasce proprio per non incorrere nell’errore di Renzi e cioè quello di mettere tutto insieme col rischio poi che se non passa il pacchetto completo, rischiano di non passare anche singole.