Mentre si torna a vagheggiare il ponte, la Stretto di Messina Spa trascina in giudizio Palazzo Chigi rivendicando centinaia di milioni

di Stefano Sansonetti
Primo piano

 

di STEFANO SANSONETTI

 

Riesce fuori con ogni Governo, quasi senza soluzione di continuità da quel lontano 1981. Certo, la riproposizione seriale del ponte sullo Stretto di Messina, almeno in tempi recenti, si è sempre collocata nella categoria della battuta provocatoria. Questa, almeno, è stata la percezione quando ieri alla Camera il sottosegretario ai trasporti, Umberto Del Basso De Caro (Pd), ha riesumato il progetto del Ponte in salsa ferroviaria. Di sicuro non va derubricato a semplice battuta l’incredibile ginepraio in cui si trova da qualche anno la Stretto di Messina Spa, società nata 34 anni fa per supportare la costruzione dell’opera, poi messa in liquidazione nell’aprile del 2013. Liquidazione che non vuol dire chiusura di una società inutile, anzi. Sulla carta, tanto per dirne una, la società controllata dall’Anas non ha dipendenti. Alle sue cure però sono affidate in distacco 14 persone che provengono dalla stessa controllante e dall’Agenzia delle Dogane. Senza contare che la società, guidata dal commissario liquidatore Vincenzo Fortunato, storico capo di gabinetto dell’allora ministro dell’economia Giulio Tremonti, battaglia a più non posso con le altre amministrazioni pubbliche. Nel corso del 2014, informa l’ultimo bilancio approvato, la società è riuscita a farsi liquidare dall’Agenzia delle entrate rimborsi fiscali per 9 milioni e 600 mila euro (Ires 2010 e Iva 2011). Per tutelare poi quel che resta dell’ “ideale” di Ponte sullo Stretto, ossia faldoni di documenti, la società “ha avviato un’intensa attività volta alla conservazione e protezione digitale dei dati relativi al progetto al fine di assicurare una loro adeguata strutturazione e classificazione, nonché la concreta futura fruibilità potenziale”. Non si capisce bene quanto concreta o potenziale. Di sicuro qualcuno sotto sotto non ha mai abbondonato il sogno. Poi però si entra nel baratro delle vertenze e dei battibecchi istituzionali. Per esempio è ancora in piedi il contenzioso da 700 milioni di euro chiesti a titolo di risarcimento dal consorzio che aveva vinto l’appalto per la costruzione del Ponte mai nato. Parliamo di Eurolink, composto da Impregilo, Condotte, dalla coop rossa Cmc, da Argo costruzioni infrastrutture, dalla spagnola Sacyr e dalla giapponese Ishikawaijma-Harima Heavy Industries. Naturalmente la Stretto di Messina si è opposta a questa maxi-richiesta e ha presentato domanda riconvenzionale nei confronti di Eurolink, facendo valere tutta una serie di inadempimenti. Ma per non saper né leggere né scrivere ha chiamato in giudizio “il ministero dei trasporti e la presidenza del consiglio per essere tenuta indenne e manlevata dalle conseguenze pregiudizievoli derivanti dall’eventuale accoglimento delle ragioni” del consorzio. Stessa tattica utilizzata per un altro contenzioso esplosivo, ovvero quello con l’americana Parsons, all’epoca reclutata come project management consultant. In questo caso la domanda di risarcimento degli americani è di 90 milioni di euro, con ministero e palazzo Chigi chiamati a mettere un’eventuale pezza. Naturalmente il commissario liquidatore ritiene di avere frecce al suo arco per rimpinguare in futuro le casse della società. Peccato siano frecce puntate sul Governo. Si dà infatti il caso che la Stretto di Messina abbia già da tempo chiesto al ministero dei trasporti e a quello dell’economia un risarcimento da 325 milioni di euro, in seguito al venir meno del rapporto di concessione. Oggi il bilancio della società ricorda che nel febbraio del 2014, proprio nel passaggio tra il Governo di Enrico Letta a quello di Matteo Renzi, i ministeri in questione hanno contestato le rivendicazioni della società, ritenendo che la “Stretto di Messina debba essere ritenuta esclusa da qualunque pretesa indennizzatoria”. La società, a quel punto, si è dotata di pareri la cui conclusione è netta: “risulta corretto e doveroso adottare tutte le iniziative, anche giudiziarie, a tutela del patrimonio della stessa Stretto di Messina”. Ed è “corretto sul piano delle rappresentazioni bilancistiche considerare interamente recuperabile il valore di carico degli investimenti nel progetto”. Il tutto, conclude il bilancio, perché la società “è un soggetto distinto sia dai suoi soci sia dal ministero concedente”. Insomma, ministero e palazzo Chigi sono un po’ in ostaggio della società. Un grattacapo per Renzi e per Graziano Delrio. Twitter: @SSansonetti

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