Mondo di mezzo, riconosciuta l’aggravante mafiosa. Sentenza ribaltata in appello. Ma le pene sono state ridotte

dalla Redazione
Cronaca

Allora è vero, il ‘mondo di mezzo’ è mafia. Ebbene sì, Salvatore Buzzi e Massimo Carminati sono due boss al comando di una piovra tutta romana, capace di aggrovigliarsi e stritolare i maggiori centri di potere della città eterna. Lo hanno stabilito i giudici della Corte d’Appello di Roma, presieduta dal giudice Claudio Tortora, al termine del processo lampo con cui è stata letteralmente smontata e ribaltata la sentenza emessa dai colleghi del primo grado. Una vittoria schiacciante ottenuta dalla Procura, in particolare dal procuratore capo Giuseppe Pignatone, che apre una fase nuova della storia giudiziaria della Capitale dove adesso si può dire ufficialmente che la mafia esiste. E poco importa se la sentenza ha portato anche a sconti di pena per gli imputati, tra l’altro sempre probabili quando si affronta un processo d’appello, perché l’intero scontro si consumava sul riconoscimento o meno del famigerato articolo 7, quello cioè che disciplina l’aggravante mafiosa. In altre parole siamo davanti ad una vera e propria rivoluzione nel concetto stesso di mafiosità perché d’ora in poi, contrariamente all’interpretazione dominante sull’argomento, per essere considerati boss o picciotti non sarà più necessario il ricorso alla violenza fisica, ai morti e ai colpi di pistola. Basterà la presenza sul territorio, il suo controllo, l’uso di forme di intimidazione anche solo basate sul prestigio criminale e i legami con altre organizzazioni simili.

Più Buzzi, meno Carminati – Ma le pene ridotte hanno segnato anche un clamoroso quanto inatteso colpo di scena: il sorpasso, nella non certo lusinghiera classifica degli anni da passare in carcere, di Salvatore Buzzi su Massimo Carminati. Per i giudici del primo grado era il ‘cecato’ al centro dell’organizzazione e così gli avevano inflitto 20 anni di reclusione mentre 19 erano quelli toccati al fedelissimo Buzzi, il ‘ras delle cooperative rosse’. Oggi però il rapporto gerarchico, quasi paritario tra i due, sembra essere stato rivisto dai giudici dell’appello. La condanna all’ex Nar è scesa a 14 anni e mezzo mentre quella del re delle coop, con uno sconto di appena 6 mesi, è passata a 18 anni e 4 mesi. Sconto anche per Luca Odevaine, l’allora componente del tavolo di coordinamento per i rifugiati del Viminale, la cui pena è stata ricalcolata in 5 anni e 2 mesi e l’interdizione non sarà più perpetua ma durerà cinque anni. Stessa sorte toccata, tra i tanti, anche a Claudio Turella, funzionario del servizio giardini del Campidoglio, cui sono stati inflitti sei anni.

Gli assolti – Non solo condanne, però. Il processo di secondo grado ha sancito anche la fine dell’incubo per Stefano Bravo, Pierina Chiarvalle, Giuseppe Ietto, Sergio Menichelli e Daniele Pulcini, tutti assolti per non aver commesso il fatto. Come pure Nadia Cerrito perché il fatto non sussiste. Ma la battaglia non è finita. L’ultimo round si giocherà in Cassazione. “L’insussistenza dell’associazione mafiosa mi sembrava inattaccabile, mi sbagliavo. Questo collegio ha invece riconosciuto la sussistenza della mafia. Se anche questo collegio, che è uno dei migliori della corte d’appello, ha riconosciuto l’aggravante mafiosa o io dopo 50 anni di attività professionale non conosco più nulla di diritto, il che ci può stare benissimo, oppure qualcosa di stravagante ha influito sulla sentenza”, ha commentato l’avvocato Giosuè Naso, difensore di Carminati.

Gli altri condannati – Associazione a delinquere di stampo mafioso, aggravante mafiosa o concorso esterno. Reati che, a vario titolo, sono stati riconosciuti dai giudici dell’Appello diversi imputati. Non solo Carminati e Buzzi ma anche Claudio Bolla (4 anni e 5 mesi), Riccardo Brugia (11 anni e 4 mesi), Emanuela Bugitti (3 anni e 8 mesi), Claudio Caldarelli (9 anni e 4 mesi), Matteo Calvio (10 anni e 4 mesi), Paolo Di Ninno (6 anni e 3 mesi), Agostino Gaglianone (4 anni e 10 mesi), Alessandra Garrone (6 anni e 6 mesi), Luca Gramazio (8 anni e 8 mesi), Carlo Maria Guaranì (4 anni e 10 mesi), Giovanni Lacopo (5 anni e 4 masi), Roberto Lacopo (8 anni), Michele Nacamulli (3 anni e 11 mesi), Franco Panzironi (8 anni e 4 mesi), Carlo Pucci (7 anni e 8 mesi) e Fabrizio Franco Testa (9 anni e 4 mesi).