Né con Maduro, né con Guaidò. L’Italia spinge per le elezioni. Per il Governo devono decidere i venezuelani. E non si può parteggiare per nessun leader

di Davide Manlio Ruffolo
Mondo
ENZO MOAVERO MILANESI

Né con Maduro, né con Guaidò. Si può sintetizzare così la posizione del Governo italiano sulla crisi venezuelana, resa ufficiale ieri dalla Camera che ha approvato, con 266 voti favorevoli e 205 contrari, la risoluzione voluta dall’Esecutivo gialloverde. Una mozione che non deve ingannare perché non è affatto, come lamentato dalle opposizioni, espressione di neutralità ma l’esatto opposto. Lo ha spiegato in modo chiaro e netto il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi che, ad inizio seduta, ha preso la parola per illustrare il punto di vista italiano partendo dall’ovvio presupposto che “Il governo è preoccupato per l’emergenza umanitaria e sta operando per fornire soluzioni non conflittuali”.

Un lungo intervento in cui, fatta salva l’altrettanto scontata condanna delle violenze che stanno avvenendo in Venezuela, il ministro ha affrontato il nodo della questione spiegando che secondo l’attuale maggioranza: “le scorse elezioni presidenziali (di maggio, ndr) non attribuiscono legittimità democratica a chi ne è uscito vincitore, cioè Nicolas Maduro”. Ma, questa la tesi gialloverde, non si può riconoscere nemmeno un presidente che in barba ad ogni principio di democrazia si è autoproclamato tale, come nel caso di Juan Guaidò. Per questo con la risoluzione di ieri l’Italia non prende le parti di nessuno dei due contendenti, con il rischio di soffiare sul fuoco di una possibile guerra civile, ma si appella direttamente al popolo venezuelano, conclude Moavero, chiedendo: “al più presto nuove elezioni presidenziali”.

Una posizione, quella del Governo, che è stata concordata ieri mattina nel corso di un mini vertice a cui hanno preso parte il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, il vicepremier Matteo Salvini, il ministro per i rapporti con il Parlamento Riccardo Fraccaro, il sottosegretario agli Esteri Manlio Di Stefano, il sottosegretario Giancarlo Giorgetti e ovviamente il ministro degli Esteri Moavero. Un confronto franco in cui M5S ha spiegato al suo alleato, il quale spingeva per riconoscere Guaidò, la necessità di usare un approccio soft.

A differenza di quanto possano far credere le opposizioni, l’Italia è sostanzialmente in linea con la linea scelta dagli altri partner europei e dagli Stati Uniti. Tutti, infatti, chiedono libere elezioni con la sostanziale differenza che, ad eccezione del belpaese, riconoscono Guaidò come presidente. Proprio quest’ultimo ha sì promesso che, risolta la crisi, indirà nuove elezioni ma riconoscerlo ufficialmente significa sconfinare in fatto di politica internazionale. In altre parole creerebbe un pericoloso precedente con cui sarebbe facile, seppur limitatamente ad uno scenario di crisi, sovvertire l’ordine democratico di uno Stato sovrano. E M5S che ha da sempre al centro del proprio progetto politico il riconoscimento della dignità dei cittadini e dell’autodeterminazione dei popoli, tutto questo non può accettarlo.