Né dimissioni né conta. Per uscire dall’impasse sul caso Siri deciderà il premier. Domani la soluzione senza il voto dei ministri

di Raffaella Malito
Politica

Arriverà domani la soluzione al rebus sul destino del sottosegretario leghista Armando Siri, indagato per corruzione. Con il consiglio dei ministri in cui il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, si è impegnato a porre la revoca del mandato di mister Flat tax, salvo un suo passo indietro spontaneo. Il premier esclude che si possa arrivare a quella tanto temuta conta sulle dimissioni che renderebbe ancora più grave la spaccatura che si è creata tra M5S e Lega, “a causa di sensibilità differenti sul tema della corruzione”, come spiega il capo politico dei pentastellati Luigi Di Maio. “Ci ritroveremo in Consiglio dei ministri e si comporrà tutto. Non andremo alla conta”, tranquillizza Conte. E sulle presunte accuse di parzialità a favore dei pentastellati arrivate dal Carroccio aggiunge: “Non ho mai accettato di fare l’arbitro ma di fare il premier di garanzia”.

La soluzione che allora si potrebbe profilare sulle dimissioni di Siri è quella di una decisione autonoma, personale di Conte e non collegiale di tutto o solo di una parte del Governo. Una soluzione che caverebbe d’impaccio il leader della Lega che fino all’altro giorno ha ribadito che non molla il suo uomo se prima non ci sarà almeno un rinvio a giudizio e che continua a ripetere che i processi si fanno in tribunale e non nelle piazze o sui giornali. Matteo Salvini ha assicurato che in Consiglio dei ministri andrà “assolutamente tranquillo” e che da dopodomani arriveranno altri giorni in cui penserà solo a lavorare.

Il vicepremier è ben consapevole che non può permettersi di aprire una crisi di Governo su un’inchiesta per corruzione. E i 5 Stelle lo sanno. “Noi non apriremo nessuna crisi poi se la Lega vuole farlo per un indagato per corruzione… – dice non a caso Di Maio -. L’ultimo che ha fatto una cosa così è stato Mastella (leggi box in alto a pagina 5)”. I grillini, da parte loro, sono irremovibili nel chiedere le dimissioni. “Sulla corruzione M5S non arretrerà mai. Io sconsiglierei di arrivare al voto nel Cdm. Noi siamo maggioranza”, insiste Di Maio. E se il leader della Lega aveva parlato di ultimo avviso per i suoi alleati di Governo, dai pentastellati parte l’ultima chiamata alla responsabilità per il Carroccio: la stabilità del Paese, dice il Movimento, vale più di una poltrona.

Sul sottosegretario indagato è piovuta pure un’altra tegola con la nuova inchiesta sulla palazzina acquistata a Bresso con sospetti di riciclaggio. Conte non commenta, i 5 Stelle non la cavalcano e chiariscono di fermarsi a quella in odor di mafia che riguarda l’eolico. Anche se Di Maio parla di un “mutuo molto strano”. “Se gli contestano il mutuo è un reato che compiono alcuni milioni di italiani”, replica Salvini. “A quanti italiani viene acceso un mutuo nonostante una condanna per bancarotta?”, si chiede il Pd. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti parla invece di clima persecutorio. E si lascia scappare una frase sibillina: “Prima di mercoledì qualcosa succederà, e allora sarà chiaro a tutti come andrà a finire”.