Nel Pd sta scoppiando tutto, si spaccano anche le correnti. Pure Orlando e Orfini in rotta di collisione

di Alessia Vincenti
Politica

In tempi di scissione nel Pd, finiscono anche i più consolidati matrimoni. Proprio nel pieno del caos dem, infatti, il presidente dell’assemblea nazionale del partito, Matteo Orfini, e il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, hanno scalfito il sodalizio che li aveva portati a scalare le gerarchie nel partito e nelle sedi istituzionali. Alla fine è stata trovata una soluzione di facciata con una mediaizone all’ultimo minuto. Ma dopo le ultime ore nulla più sarà come prima. Creando altri grattacapi al segretario Matteo Renzi, costretto a dover sedare mal di pancia anche tra quelli che erano considerati alleati affidabili.

Spifferi – La corrente dei Giovani Turchi è così spaccata in due, generando una diaspora nella diaspora. Anche se il Guardasigilli ha voluto puntualizzare: “Le correnti non si scindono, semmai si riarticolano. La scissione che ci preoccupa è quella che potrebbe vedere la rottura del Partito democratico”. Al di là degli artifici retorici, i circa 90 parlamentari appartenenti a quella corrente del partito si sono trovati di fronte a una situazione inedita: scegliere da quale parte stare con il conseguente senso di spaesamento, oltre che un ulteriore enigma numerico per la maggioranza. Per Renzi è un grosso problema:  si ritrova con sempre meno deputati e senatori fedeli alla sua linea. E viene perciò a crescere la certezza che il Governo,  presieduto da Paolo Gentiloni, sia destinato a durare per altri mesi, superando quantomeno l’estate con il superamento della finestra di giugno, indicata come quella ideale per le elezioni (almeno nei piani renziani).

Ex amici – I due compagni di cordata, Andrea e Matteo, hanno sempre coordinato gli incontri  di corrente: ora  invece fanno la conta interna per capire chi è più forte. Il ministro aveva preparato un documento per raccogliere delle adesioni. “La battaglia interna indebolisce solo la nostra posizione anche nei confronti di Renzi”, spiega una fonte interna alla corrente, che ha lavorato a una mediazione per scongiurare una rottura dolorosa.  Per questo è stato ideato un documento unitario, visto che la linea Orlando stava riscuotendo successo: circa 40 parlamentari avevano scelto il Guardasigilli. Orlando aveva del resto indicato una linea opposta a quella di Renzi e quindi di Orfini: niente voto e addirittura slittamento del congresso, ma lo studio di una nuova piattaforma programmatica. In pratica la riscrittura dei valori del partito.  Un’operazione che gli avrebbe pure permesso di forgiare un’immagine da leader, cercando di ricucire con la minoranza di Pier Luigi Bersani. Il tutto mentre l’ex tesoriere dei Ds, Ugo Sposetti, sta lavorando per affidare proprio a Orlando il tesoro del Partito comunista. Una miniera d’oro che gli avrebbe permesso di continuare a tessere la tela delle relazioni pure a livello istituzionale.

Fine di un progetto – I Giovani Turchi, che in realtà hanno scelto il nome di Rifare l’Italia per la loro corrente, avevano scelto un percorso chiaro: essere leali a Renzi, nell’attesa di raccoglierne l’eredità nel momento in cui la sua leadership sarebbe venuta meno. Ma qualcosa si è inceppato in questo meccanismo, perché Orfini si è spostato sempre più sulle posizioni del Rottamatore fino a diventare uno dei renziani duri e puri. Creandosi tanti nemici, non solo tra la minoranza. Dall’altra parte Orlando ha avviato una strategia per acquisire una maggiore autonomia rispetto al leader del Pd. Sulla carta era un modo per conquistare il partito, evitando strappi netti. Ma nei fatti si sta configurando come una scarsa sintonia tra i due. Che al prossimo congresso potrebbero ritrovarsi addirittura su due sponde opposte del partito.