Dilagano le querele temerarie. Così si uccide il giornalismo. Parla Nello Trocchia: legge frenata dai conflitti d’interesse. Ma si avrà una stampa libera solo abbattendo il precariato

di Antonello Di Lella
L'intervista

Quando non sono le minacce della malavita a ostacolare l’attività dei giornalisti, ci pensano le querele temerarie. Chi meglio di Nello Trocchia può saperlo. L’inviato della trasmissione Nemo, nonché collaboratore del Fatto Quotidiano e de L’Espresso, la scorsa estate è stato aggredito mentre stava realizzando un servizio sulla mafia foggiana; nei giorni scorsi, invece, si è visto recapitare una richiesta di risarcimento per 39 milioni di euro dall’Università telematica Pegaso per un’inchiesta realizzata su L’Espresso. In questo Paese funziona così ma Trocchia è tutt’altro che pronto alla resa.

La classica azione bavaglio. Perché la politica fa finta di niente dinanzi a queste querele intimidatorie?
“C’è una buona fetta di politici che non individua nel giornalismo una risorsa. Non possiamo dimenticare che abbiamo avuto troppe volte al Governo soggetti con conflitti d’interesse e rapporti ambigui con i poteri economici. Come possono avere a cuore i problemi di una stampa libera che racconta questi legami perversi”.

Finora il Parlamento non è intervenuto per fermare le querele temerarie. Può cambiare qualcosa grazie alla maggiore presenza di parlamentari dei Cinque Stelle?
“I pentastellati devono assumersi delle responsabilità, ponendo i problemi della libera stampa al centro del dibattito. Allo stesso tempo, però, devono avere un atteggiamento più maturo: occorre stare attenti alle parole e ai comportamenti. Possono fare molto di più”.

Solo domenica scorsa, infatti, hanno negato l’ingresso a Ivrea al giornalista de La Stampa Iacoboni…
“Hanno sbagliato. Ma è fastidiosa anche l’ipocrisia di alcuni politici. Che in questo caso, per pura opportunità politica, hanno levato gli scudi nel nome della libertà di stampa. In tanti altri casi se ne sono fregati”.

Gli ultimi dati di Ossigeno evidenziano 29 nuove intimidazioni solo a marzo. Per quale motivo le minacce di provincia restano sempre lontane dai riflettori?
“Per misurare lo stato di salute della democrazia si dovrebbe andare nelle zone franche di provincia. Il fatto che non se ne parli dimostra la disattenzione verso queste aree dimenticate. Dove lo Stato è assente e chi racconta diventa un obiettivo debole. C’è bisogno che le province vengano illuminate a giorno”.

Come possono essere accesi i riflettori?
“Soltanto abbattendo il precariato. Un giornalista sottopagato avrà sempre le mani legate e non potrà mai raccontare gli intrecci tra politica, imprenditoria e malavita”.