Nessuna marcia indietro: Matteo Renzi va allo scontro frontale, il referendum costituzionale si fa in autunno

di Stefano Iannaccone
Politica

Nessuno slittamento. Se non per ragioni strettamente legate ai tempi “tecnici”. Perché a questo punto è meglio giocare la partita a viso aperto. Matteo Renzi ha scelto la linea per il referendum costituzionale. Scartando tutti i consigli, anche molto arditi, sulla tempistica della consultazione. “Non ci vedo nulla di male se facessimo in autunno il congresso, e invece, si svolgesse il referendum nella primavera del 2017 dando più tempo agli italiani per capirne le ragioni più profonde, sarebbe un gesto di buon senso. Apprendiamo dagli errori degli altri. Pentirsi dopo non serve a nulla”, aveva affermato il presidente della Commissione Bilancio alla Camera, Francesco Boccia, dopo l’esito della Brexit. Un suggerimento che è stato valutato con attenzione nella cerchia renziana. In questo modo il presidente del Consiglio avrebbe potuto portare a casa una Legge di Stabilità generosa con i cittadini. E cercare di riconquistare il consenso. Ma poi il progetto è stato accantonato

DUBBI – La soluzione di Boccia ha sollevato una doppia perplessità. Prima di tutto di immagine: uno spostamento del referendum così evidente farebbe apparire il premier più debole, un uomo in balia degli eventi. “Ed è una questione a cui Renzi tiene molto”, spiegano fonti a lui vicine. Di fronte a un momento difficile, il leader del Pd vuole rischiare il tutto per tutto, seguendo il proprio istinto. Facendosi coraggio sulla possibilità di riuscire a vincere la sfida. L’altro dubbio era relativo alla procedura per arrivare all’allungamento dei tempi. Allo stato dei fatti, in punta di legge il voto – tra pronunciamento della Cassazione e indicazione della data da parte del Governo – non può andare oltre dicembre. Quindi per allungare i tempi sarebbe stato necessario modificare l’iter finora seguito, presentando altri quesiti referendari. E pensando anche allo spacchettamento lanciata da mesi dai Radicali italiani, trovando in Massimo D’Alema un inatteso alleato. “Ma la presentazione di più quesiti e l’allungamento sarebbe una sconfitta”, ragionano i renziani duri e puri. Quindi, è passata la posizione iniziale: meglio procedere secondo lo scadenzario previsto, concedendosi giusto qualche settimana per andare alle urne tra la fine di ottobre e l’inizio di novembre. Perché su questo punto c’è un’ammissione nell’inner circle renziano: fissare il 2 ottobre come data della consultazione darebbe troppo poco spazio alla campagna elettorale dopo il rientro dalla pausa di agosto.

RENZIANI SPARSI – Il dibattito sul giorno del voto ha comunque già avuto un effetto. Tra i sostenitori di Renzi il fronte non è più compatto. Alcuni iniziano a sganciarsi dalle posizioni del presidente del Consiglio. Un comportamento che comunque non è sfuggito ai radar di Palazzo Chigi, tanto che riecheggia un’affermazione minacciosa del premier. “Parlo ai renziani del primo e dell’ultimo minuto, a chi sale e a chi scende dal carro. Non c’è garanzia per nessuno in questo partito”.

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