Non c’è dittatura che tenga. L’Italia vende armi per 32 milioni all’Egitto. Affari d’oro col regime di al-Sisi

di Carmine Gazzanni
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di Carmine Gazzanni

Una tragica morte, quella di Giulio Regeni, sulla quale ancora troppe sono le ombre. E il dubbio che il regime di al-Sisi stia facendo di tutto per non far emergere la verità, rende il quadro ancora più struggente. Certo: le autorità italiane – da Angelino Alfano a Paolo Gentiloni – hanno detto chiaramente che non si accetteranno altre frottole o rinvii da parte del regime egiziano. Ma, forse, sarebbe il caso di mettere perlomeno in dubbio il fitto commercio che il nostro Stato intrattiene con l’Egitto. Non è un caso che la Rete Italiana per il Disarmo ha chiesto, esplicitamente, al Governo di Matteo Renzi “di sospendere l’invio alle forze militari, agli apparati di sicurezza e alle forze dell’ordine dell’Egitto di ogni tipo di arma e di materiali che possano venire impiegati per la repressione interna”. Già, perché secondo la denuncia dell’associazione pacifista il nostro Paese è l’unico in Europa (repetita iuvant: l’unico!) che continua a vendere armi al regime, nonostante le pesanti violazioni dei diritti umani operati dalle autorità egiziane e nonostante la conseguente sospensione delle licenze di esportazione verso l’Egitto di armi e materiali utilizzabili a fini di repressione interna decretata nell’agosto del 2013 dal Consiglio dell’Unione europea.

LA DENUNCIA DELLA RETE PER IL DISARMO – Ma, d’altronde, basterebbe anche il mero rispetto la legge che regolamenta il mercato d’armi (la n. 185 del 1990) che, a riguardo, è più che chiara: “l’esportazione ed il transito di materiali di armamento sono vietati verso i Paesi in stato di conflitto armato” in contrasto con le direttive Onu, “verso i Paesi la cui politica contrasti con i principi dell’articolo 11 della Costituzione”, verso i Paesi “responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani”. E, invece, come si suol dire: pecunia non olet per il nostro Paese. E così, come denunciato da Giorgio Beretta, analista dell’Osservatorio sulle armi leggere (OPAL) di Brescia, l’Italia non solo nel 2014 ha fornito le forze di polizia egiziane di 30mila pistole, ma nel 2015 ha inviato in Egitto altri 1.236 fucili a canna liscia. Proprio per non farsi mancare nulla.

CARTA CANTA – Insomma, l’Egitto si ricarica di armi e l’Italia gonfia i suoi portafogli. Nonostante nell’ultima relazione (2014) che fa il punto sul mercato di export armamentario italiano, si dica chiaramente che l’Europa ha applicato embarghi e restrizioni commerciali “nei confronti delle Corea del Nord, del Myanmar, della Siria, della Libia, del Libano, dell’Iran, dell’Egitto, della Somalia e della Tunisia”, andando alle tabelle delle autorizzazioni alle esportazioni belliche, scopriamo che il nostro Paese ha concesso ben 21 autorizzazioni per la vendita di armi, per un valore complessivo pari a quasi 32 milioni di euro (per la precisione: 31.784.818,80 euro). Niente male, se si considera che in questa speciale classifica di fuoco, l’Egitto è il 19esimo Paese (su 79 totali) con cui l’Italia “ama” commerciare.

DIRITTI CALPESTATI – Eppure la denuncia di Amnesty International sui crimini di al-Sisi (gli stessi che il nostro Giulio Regeni) denunciava, sono a dir poco impressionanti. Da quando il generale Al Sisi è salito al potere, le organizzazioni per i diritti umani hanno registrato centinaia di casi di sparizioni e oltre 1700 condanne a morte, quasi tutte ancora non eseguite. La tortura è praticata abitualmente nelle stazioni di polizia e nelle carceri, compresi i centri segreti di detenzione. La libertà d’espressione e manifestazione pacifica è pesantemente limitata e i difensori dei diritti umani e i giornalisti subiscono persecuzioni e processi irregolari. Magari si spara pure. E magari con armi made in Italy.

Twitter: @CarmineGazzanni

  • Armando Pitocco

    Grazie dell’articolo!