Due poltrone sono meglio di una. Non solo D’Alfonso: tra Camera e Senato in 155 col doppio incarico. Spopolano i consiglieri comunali

di Giorgio Velardi
Politica

Riconfermato due mesi fa deputato per la terza Legislatura, il leghista Massimiliano Fedriga – fresco vincitore delle Regionali in Friuli-Venezia Giulia – si dimetterà oggi, data l’incompatibilità tra le due cariche. Ma in Parlamento, vista l’aria che tira, in parecchi giocando col regolamento hanno scelto di tenersi stretta la doppia poltrona. Openpolis, l’osservatorio civico della politica italiana, ne ha censiti 155 (108 deputati e 47 senatori), il 16,42% del totale dei neoeletti.

“Un dato che varia notevolmente a seconda della lista di elezione”, chiarisce l’Associazione nel proprio dossier. Su 183 seggi assegnati al Carroccio, infatti, ben 86 sono occupati da parlamentari che hanno anche altri incarichi politici sul territorio (il 46,99% degli eletti). Percentuale che permette al partito di Matteo Salvini di piazzarsi di gran lunga in testa alla classifica, “quasi tre volte la media” di Montecitorio e Palazzo Madama (16,42%), fa notare ancora Openpolis. Al secondo posto si piazza invece Fratelli d’Italia (30,61%), con la leader Giorgia Meloni che è sia deputata sia consigliera comunale di Roma. Poi Liberi e Uguali (22,22%) e Forza Italia (21,12). Molto più distanti invece gli altri principali partiti come Pd (7,78%) e soprattutto il M5s (0,59).

Fonte: Openpolis

Fonte: Openpolis

“Il 55% dei doppi incarichi analizzati – spiega sempre Openpolis – sono svolti in consigli comunali, di gran lunga la tipologia più ricorrente”. A seguire troviamo gli assessori comunali (18%) e i sindaci di Comuni con meno di 15mila abitanti (17%).

Luciano D'Alfonso

Luciano D’Alfonso

Ma la legge permette ai neo inquilini di Camera e Senato di tenersi il doppio incarico? Sì, ma fissando dei precisi paletti. Se infatti le cariche di consiglieri e assessori comunali e sindaci di Comuni con meno di 15mila abitanti non sono incompatibili con quelle di parlamentare, tutt’altro discorso va fatto per sindaci di Comuni con oltre 15mila abitanti, consiglieri e assessori regionali e presidenti di Regione (oltreché deputati dell’Europarlamento, membri del Csm o della Corte Costituzionale etc.). Emblematico, in questo senso, è il caso del neo senatore e governatore dell’Abruzzo, Luciano D’Alfonso (Pd). Che sta facendo leva sulle lungaggini nella formazione del Governo e del conseguente dilatamento dei tempi nella formazione degli organismi parlamentari.

Per D’Alfonso “non sussistono al momento cause di incompatibilità”, ha stabilito la settimana scorsa la giunta per le elezioni del consiglio regionale. Che si verificheranno “quando ci sarà la convalida degli eletti da parte della giunta delle elezioni del Senato”. Infatti il Parlamento non ha ancora proceduto con la convalida definitiva di tutti gli eletti e, fino a quel momento, l’organismo regionale ha deciso di non procedere con la dichiarazione di incompatibilità malgrado questa sia prevista dall’art. 122 della Costituzione.

Ma sempre in tema di incompatibilità, quello del presidente abruzzese non è l’unico caso. Anzi. Se tre neoeletti, Galeazzo Bignami e Raffaele Nervi di FI e Christian Solinas del Carroccio, hanno risolto la questione nell’ultima settimana dimettendosi – rispettivamente – dai consigli regionali di Emilia-Romagna, Umbria e Sardegna, lo stesso non si può dire per altri 8 loro colleghi. A cominciare da Francesco Acquaroli (FdI), sindaco di Potenza Picena (15.800 abitanti circa in provincia di Macerata), che “al momento sta espletando delle questioni importanti rimaste in essere al Comune”, ha fatto sapere il suo staff all’Agi. Francesco Cannizzaro (FI), consigliere regionale della Calabria, invece, “non ha ancora espresso l’opzione” mentre la collega Wanda Ferro (FdI) “rimarrà in consiglio fino all’ultimo giorno consentito dalla legge” anche perché, ha assicurato, “non riceve nessun tipo di indennità”.

Nell’elenco, poi, spicca fra gli altri il nome di Andrea Rossi, responsabile dell’organizzazione del Pd. Il quale si è dimesso da consigliere regionale dell’Emilia-Romagna mantenendo però il ruolo di sottosegretario: “Una funzione non contemplata in tutte le Regioni – ha detto – e che non rientra tra le incompatibilità previste”. Chi invece ha già manifestato l’intenzione di lasciare lo scranno alla Camera “nel momento in cui la giunta per le elezioni dichiarerà l’incompatibilità coi due ruoli” è la leghista Claudia Terzi, assessora regionale ai Trasporti in Lombardia. Per adesso, infine, resiste anche il consigliere dem campano Raffaele Topo. Pure lui ha promesso che presto si dimetterà dalla Regione ma prima ci sono “alcuni dossier da chiudere”. Vedremo.

Twitter: @GiorgioVelardi

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