Nuovo round per Malagrotta. Cerroni rischia il processo bis. Impianti sottoutilizzati per fare più soldi. E a Rocca Cencia mancavano le autorizzazioni

di Davide Manlio Ruffolo
Cronaca
MANLIO CERRONI

Nel pieno dell’emergenza rifiuti che sta preoccupando la Capitale, si è proposto come la possibile soluzione. Del resto Manlio Cerroni, forte dell’assoluzione di ottobre nel processo in cui gli venivano contestati diversi reati ambientali, da sempre si professa come l’eroe senza macchia che ha salvato tante volte Roma dal disastro dei rifiuti. Peccato che a pensarla così non sia il pubblico ministero Alberto Galanti che, ieri, ha chiesto un nuovo rinvio a giudizio per il ras dell’immondizia e per altre sei persone in relazione al malfunzionamento di due impianti di trattamento meccanico-biologico (tmb) a Malagrotta e per l’impianto di Rocca Cencia.

Così a rischiare di finire sotto processo sono il braccio destro Francesco Rando, l’allora direttore tecnico dei due Tmb Paolo Stella, il collaboratore Piero Giovi ritenuto il gestore di fatto della discarica di Malagrotta e dell’annesso gassificatore, l’ex presidente del gruppo Colari Candido Saioni. Oltre a loro anche l’allora direttore generale di Ama Giovanni Fiscon, l’ex dirigente del dipartimento Ambiente della Provincia di Roma Claudio Vesselli e, in ultimo, Giuseppe Porcarelli, legale rappresentante dell’omonima ditta che nel 2016 ha ottenuto in affitto dal gruppo Colari il sito di Rocca Cencia. A tutti loro, nell’ennesimo spin off dell’indagine sulla gigantesca discarica, dismessa oltre cinque anni fa, a seconda delle posizioni, vengono contestati reati che vanno dalla gestione abusiva di rifiuti, all’abuso d’ufficio, alla frode in pubbliche forniture.

La vicenda finita al centro delle indagini è quella relativa ai malfunzionamenti, tra il 2006 e il 2013, di due impianti tmb, rispettivamente quello denominato Malagrotta 1 e il vicino Malagrotta 2. Secondo il pm Galanti, le due strutture ricevevano il 50% dei rifiuti indifferenziati prodotti a Roma, pari a 1500 tonnellate di rifiuto solido urbano la giorno, venendo di fatto coscientemente sottoutilizzati e tra l’altro, secondo la tesi della Procura, con il beneplacito dei vertici di Ama che avrebbero chiuso un occhio. Inoltre parte degli scarti di lavorazione dei rifiuti, invece di essere trasformati in energia o calore dal locale termovalorizzatore, venivano gettati in discarica. Un problema, questo, non di poco conto perché oltre a creare un danno per l’ambiente, “vanifica l’obiettivo e l’idea stessa di recupero dei rifiuti che sottende all’esistenza dei tmb”.

Per quanto riguarda il tritovagliatore installato a Rocca Cencia, invece, la Procura contesta al gruppo Colari di averlo messo in funzione, nella primavera del 2013 e nel pieno dell’ennesima emergenza rifiuti, addirittura in assenza delle autorizzazioni previste dalla legge. Un anno storico per le sorti della capitale che, ad ottobre 2013, vedeva la definitiva chiusura di Malagrotta. Un gigantesco mostro che per decenni, a suon di proroghe e in barba ad indagini e proteste dei residenti, era cresciuto a dismisura guadagnandosi l’epiteto di più grande discarica d’europa.