Occhetto contro la minoranza Dem. Non le interessa l’unità ma lucrare sul proporzionale

Nonostante fu il primo a etichettare il Pd come una fusione a freddo e i fatti sembrano ogni giorno di più dargli ragione,  l’ex segretario del Pci, Achille Occhetto, di fronte allo spettacolo di un partito in dissolvimento, non prova alcuna soddisfazione. Anzi avverte, come ha detto a La Notizia, “una grande angoscia e un profondo senso di smarrimento”.

Qual è il suo timore?
La mia posizione critica sul Pd è ben nota. Dissi che questo partito era nato male attraverso una fusione a freddo tra diversi apparati. Una tesi che ora è diventata un’ovvietà, così come è  ovvio che ci troviamo di fronte a una altrettanto fredda separazione degli stessi apparati. Come uomo di sinistra, però, sono preoccupato perché non siamo di fronte a una normale scissione.

Cosa vuole dire?
Abbiamo dinanzi a noi la conflagrazione  di tutto un mondo. E io ho il dovere di avvertire che in quel mondo, di un centrosinistra che ha uno dei suoi perni nel Pd, c’è la più grande diga di difesa contro l’ondata nazionalista di destra che sta sconvolgendo tutto il mondo.

La scissione, quindi, è un non-sense?
A tutti gli interlocutori dem che si combattono intorno a obiettivi che l’Italia intera non sta comprendendo dico solo che nessuno di loro ha il diritto di distruggere quel patrimonio che è di tutti noi.

Anche due anni fa, in realtà, lei fu profetico. Disse che tempo una legislatura e sarebbero tramontati sia Renzi sia il Pd, schiacciato dal peso delle promesse non mantenute da parte dell’ex premier.
Sì. Ma vede, il problema vero di Renzi  non è nel rapporto con pezzi di apparato interno bensì con pezzi della società italiana. Per esempio,  il segretario dem avrebbe dovuto porre il tema del congresso a prescindere dall’esisto del referendum. Di fronte a questo tornante della storia, col pericolo delle destre, il Pd avrebbe dovuto porsi il problema di una sua reinvenzione, ma non l’ha saputo fare.

E la minoranza dem che responsabilità ha?
Pure la minoranza non ha saputo porre tale questione. Non ha aperto, infatti, un contenzioso per ridefinire il perimetro del Pd. Ha posto solo problemi di tempi e di tattica.

Una scissione, quindi, debole nel merito oltre che nel metodo?
Basta guardare all’assemblea di domenica. Ci sono stati interventi, tipo quello di Veltroni e Fassino,  che pur richiamando tutti all’unità del partito, hanno sollevato temi veri. Ma la minoranza non ha aperto un dibattito su queste prese di posizione. Ha solo chiesto una replica del segretario.

Sorda e asserragliata nel recinto delle sue posizioni?
Nel Partito comunista, chiunque interveniva nei dibattitti, da Ingrao ad Amendola, non si rivolgeva solo al segretario. Ma soprattutto teneva conto e a volte traeva spunto dagli interventi degli altri. Tutto questo domenica non c’è stato. Si è aperta una partita quasi a quattro, i tre candidati della sinistra e Renzi. E così, la minoranza ha perso di vista un elemento importante.

Quale?
Che  in assemblea non c’era più il Partito di Renzi, che non è intervenuto nessuno dei pretoriani o del cerchio renziano. I contributi sono stati di sostegno al segretario ma su posizioni critiche. La minoranza, quindi, non ha sfruttato l’occasione. Seppure le parole di Michele Emiliano sembravano portare in questa direzione,  prima della sua  nota congiunta con Rossi e Speranza. E questo è sintomatico di una sola cosa.

Si spieghi.
Dimostra che ci sono posizioni precostituite, che c’è stata una pervicace tendenza alla scissione. Probabilmente si vuole lucrare sul proporzionale.

Niente a che fare, insomma, con la svolta della Bolognina.
In quel caso c’erano due progetti a confronto che portarono a una separazione, qui siamo di fronte a un puro e semplice dissolvimento.

Una scissione ancora non formalizzata ma rispetto alla quale è già partito lo scarcabarile delle responsabilità.
I dem non capiscono che è uno scontro a somma zero perché l’opionione pubblica addebiterà le colpe a tutti.  Dallo scontro  nessuno uscirà vincitore. Servirebbe un colpo di reni.

I giochi ormai sembrano fatti. Rimane solo uno spiraglio: la direzione odierna.
È difficile, ma sarebbe auspicabile.

Twitter: @vermeer_

  • Sergio

    Finalmente una presa di posizione onesta.

  • honhil

    La scissione dice Prodi: “È un suicidio, non posso rassegnarmi: ho fatto decine di telefonate”. Ed ha perfettamente ragione. E’ un suicidio. Anzi no. Sicuramente sarebbe più giusto dire che è uno scannamento tra bravi per la conquista del bastone del comando. Quello che dà il potere assoluto a chi lo stringe in pugno. Perché, contrariamente a quello che i figli del fu Pci affermano, non è la Costituzione che tengono sul comodino ma L’arte della guerra di Sun Tzu. Dunque, la loro uscita dalla scena politica, potrebbe essere la fine di un incubo, per lo Stivale. Un punto fermo da cui ripartire, una volta che può liberarsi dalla pastoie ideologiche.

  • Francesco Statti

    Indipendentemente dalle vere ragioni che hanno procurato la rottura nel PD, resta sempre il fatto che una scissione è sempre, e comunque, una sconfitta per il partito che la subisce. Ho seguito i vari resoconti dei dibattiti, nonché diverse interviste dei protagonisti di tale diatribe, arrivando alla conclusione che, sebbene sotto traccia, il problema sia il Segretario Renzi: i suoi metodi, la sua voracità nell’appropriarsi dei posti di potere all’interno del Partito, nonché nella nomina dei suoi collaboratori, facendone una “cerchia” al suo servizio. Tale stato di cose, probabilmente, è stato avvisato da tempo ma ragioni di opportunità politica ne hanno impedito l’emersione in particolar modo da parte di coloro ai quali stava maggiormente a cuore la compattezza del Partito. L’atteggiamento politico tenuto durante la troppo lunga campagna referendaria ha fatto crescere ulteriormente l’idiosincrasia nei suoi confronti.
    La sonora sconfitta referendaria ha dato certamente il pretesto a coloro che oggi ne hanno chiesto le dimissioni e soprattutto la non disponibilità alla prosecuzione della politica e metodologia renziana.

    • lupo presilano

      Caro Signore, la Min Dem ha iniziato la guerra a Renzi dal momento in cui Renzi ha vinto le primarie contro Bersani e il potere di dare cariche era tutto di Bersani e della ditta. Lo stesso bersani ha dichiarato che con dall’inizio “non si è preso con Renzi”.L’atto finale è stato quello di votare NO al referendum costituzionale, dopo averlo votato sei volte in parlamento, e di avere brindato per la sconfitta del suo partito(spero ancora per poco) con i grillini e le destre varie.

      • Sandro Moro

        Gentile Lupo, nel suo stesso commento c’è una contraddizione: la minoranza votò sempre TUTTO (a parte, qualcuno, il Jobs Act e tutti l’Italicum) e 59 fiducie. E questo le viene oggi imputato! Il riassunto di Stetti è del tutto aderente alla realtà degli eventi. E il NO al referendum costituzionale l’ha detto il 60% degli elettori (il 70% dei giovani). Non è stato certo il NO di qualche dirigente democratico a fare la differenza, ma quello anche di molti elettori PD schifati dall’uso politico della Costituzione.