Il Pd fa dieci anni, ma da Veltroni a Renzi è un partito mai nato. Parisi caustico: “Dopo l’ok al Rosatellum bis oggi sarà un giorno di lutto”

di Giorgio Velardi
Politica

L’espressione più usata è “partito mai nato”. Se n’è servito pure Massimo Cacciari quando, 4 giorni fa, ha commentato con La Notizia lo stato di salute della sinistra italiana, a cominciare dal Pd. “Un tentativo generoso di gettare il cuore oltre l’ostacolo” che però “si è rivelato un fallimento”, ha detto senza troppi giri di parole l’ex sindaco di Venezia. “In una prima fase è stato una semplice sommatoria di due vecchie tradizioni”, quella di Ds e La Margherita, “coi loro difetti; dalle macerie di quell’esperienza è nato Renzi, che non è riuscito a dar vita a un partito ‘nuovo’” perché “ha in testa solo un’idea di leadership carismatico-plebiscitaria e nient’altro”. Un punto di vista condiviso da molti. Tra i quali spiccano fondatori e ‘padri nobili’ del Pd, per i quali il decimo compleanno del partito – che si festeggia oggi – sarà all’insegna dell’amarezza.

Ieri, giusto per fare un esempio, Arturo Parisi se n’è uscito con una dichiarazione che è tutta un programma. “Dopo l’approvazione del Rosatellum, grave nel merito e nel metodo, il decennale del Pd di domani (oggi, ndr), invece di un giorno di festa s’è trasformato in un giorno di lutto”, ha sferzato l’ex ministro della Difesa del secondo Governo  di Romano Prodi interpellato dall’Ansa. Proprio come il Professore e altri pezzi da 90, Parisi non prenderà parte ad alcuna celebrazione. Circostanza, ha messo ancora a verbale, nella quale “noto almeno una sciatteria dell’organizzazione nel coordinamento delle agende. E dire che io e Romano qualche ruolo l’abbiamo avuto”.

Fosco futuro – Insomma non sono bastate cinque elezioni primarie, sei segretari, lotte intestine fra correnti e scissioni di bersaniani, dalemiani, civatiani e via dicendo per far diventare il Pd il vero baricentro del Centrosinistra italiano, come Matteo Renzi vorrebbe che fosse in vista delle Politiche dell’anno prossimo. “Il partito ha avuto tre declinazioni”, spiega Michele Prospero, docente di Scienza politica e Filosofia del diritto alla Sapienza di Roma. “La prima, quella veltroniana, era all’insegna della sinistra dei valori, con un’attenzione portata principalmente alla questione dei nuovi diritti” e “con una visione a-conflittuale della società che superava i pilastri storici del socialismo europeo”. Il risultato? “Un fallimento”. Così come lo è stata pure la versione bersaniana del Pd, “che puntava su quello che potremmo definire solidarismo cattolico-sociale: il lavoro, la ‘ditta’, il riconoscimento di spazi collettivi”.

C’è infine la terza, quella odierna per intenderci, che porta dritta all’ex sindaco di Firenze. Il quale “ha scavalcato sia la visione veltroniana sia quella bersaniana – ragiona Prospero – incarnando, al contrario, l’accentuazione del primato del leader, dell’uomo solo al comando”. L’identità del Pd è mutata al punto che “la gestione del potere, delle ricandidature di questo o quello, degli spazi di governo locale e centrale sono diventati i suoi valori principali”. Il futuro? “La distanza fra l’elettorato storico della sinistra e la classe dirigente del Pd è diventata abissale”, conclude Prospero. “E questo non promette nulla di buono”.

Senza identità – “Quello di oggi non è il Pd che avevamo pensato, la scommessa è sostanzialmente fallita sia dal punto di vista del profilo identitario sia del posizionamento. Doveva essere un partito di Centrosinistra alternativo al Centrodestra” ma di contro “si è trasformato in una forza di Centro, che fa politiche ondivaghe grazie al movimentismo un po’ corsaro del suo leader” ed è “privo di una base politico-culturale riconoscibile”, ammette Franco Monaco, stretto collaboratore di Prodi e ulivista della prima ora. Tutto però nasce, come si dice, nella ‘notte dei tempi’. Per il deputato dem infatti “Walter Veltroni, la cui sconfitta alle Politiche del 2008 spacciata come un buon risultato ha in realtà desertificato il campo della sinistra, ha posto le premesse per quella che a parole veniva definita ‘vocazione maggioritaria’ ma che con l’accelerazione impressa da Renzi è diventata la ‘presunzione dell’autosufficienza’. L’idea di Prodi invece era quella di un Pd che fosse un major party pilastro di una coalizione più ampia. Dico provocatoriamente – conclude Monaco – che forse è un bene che il Professore non sia stato invitato a una festa che non riguarda il suo Pd…”. Ma non per tutti la responsabilità è solo dell’oggi segretario del Pd.

Anche Marina Magistrelli, senatrice per 3 legislature e membro del Comitato promotore, ammette che “il partito sta andando incontro a una regressione che rischia di portarlo incontro a una separazione. Lo spirito dell’Ulivo, che è stato l’anticamera del Pd, è finito, non c’è più”. Ma per lei la prima colpa di questa situazione “è di Pier Luigi Bersani, che ad un certo punto ha tentato di rimettersi la sua vecchia casacca facendoci perdere le elezioni quando avevamo il vento in poppa. Poi certo, Renzi c’ha messo del suo. Hanno preso il sopravvento la voglia di identità e gli opposti egoismi” e “con la legge elettorale in discussione non credo ci saranno spazi per ricostruire una coalizione”. Andando così incontro alla sconfitta o a un Governo di larghe intese. Infine, c’è anche chi quell’esperienza ha preferito rimuoverla. Come l’ex sindaco di Firenze, Leonardo Domenici, pure lui nel Comitato promotore del Pd. Contattato telefonicamente, taglia corto: “Non faccio più parte del Pd né politica attiva, mi dispiace, arrivederci”. Proprio così ha detto.

Twitter: @GiorgioVelardi

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