Pd, oggi in direzione comincia il dopo-Renzi. Ma lui avvisa: “Non lascio il partito”. E Brunetta (FI) apre all’intesa: “Ai dem la presidenza di una Camera”

dalla Redazione
Politica

È il giorno dell’attesissima direzione del Partito democratico, è il giorno delle dimissioni di Matteo Renzi. Ma l’ex premier, come ha annunciato ieri il presidente dem, Matteo Orfini, non uscirà di scena: “Non si ricostruisce senza il contributo di Renzi”. Adesso la palla passerà nelle mani del vicesegretario, Maurizio Martina, poi ad aprile si deciderà se indire nuove primarie o se il nome verrà scelto in Assemblea. In corsa, tra gli altri, anche il neo rieletto governatore della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, e il ministro uscente dei Trasporti, Graziano Delrio, da sempre considerato un ‘diversamente renziano’. Sullo sfondo, aleggia la figura di Carlo Calenda, iscrittosi al Pd dopo la batosta di domenica scorsa.

Dal canto suo, comunque, Renzi ha voluto mettere le cose in chiaro. “Il mio ciclo alla guida del Pd si è chiuso – ha scandito in un’intervista al Corriere della Sera -. Sono stati 4 anni difficili ma belli. Abbiamo fatto uscire l’Italia dalla crisi. Quando finirà la campagna di odio tanti riconosceranno i risultati. Ma la sconfitta impone di voltare pagina. Tocca ad altri. Io darò una mano: noi non siamo quelli che non scendono dal carro, semplicemente perché il carro lo hanno sempre spinto. Continuerò a farlo con il sorriso: non ho rimpianti, non ho rancori”. Per l’ex premier l’ipotesi di un appoggio del Pd a un Governo del M5s “non esiste”: Di Maio e Salvini “hanno il diritto e forse il dovere di provarci. Altrimenti dichiarino il loro fallimento. Noi non faremo da stampella a nessuno – ha chiarito Renzi – e staremo dove ci hanno messo i cittadini: all’opposizione”. Dopo aver spiegato che non andrà alle consultazioni al Colle, sulle indiscrezioni relative all’ipotesi di formare un nuovo partito ‘alla Macron’ l’ex sindaco di Firenze ha detto: “Di partiti in Italia ce ne sono anche troppi. Io sto nel Pd in mezzo alla mia gente. Me ne vado dalla segreteria, non dal partito”.

Ma nel partito, come noto, non tutti la pensano come lui. A cominciare dal governatore della Puglia, Michele Emiliano, da sempre favorevole a dialogare con Luigi Di Maio & C.

A corteggiare il Pd però non ci sono solo i pentastellati, ma anche il Centrodestra. In primis Forza Italia. In un’intervista a La Stampa, è stato il leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi, a lanciare l’amo, invitando “anche il Pd” a farsi carico del nuovo Governo. Perché “nessuno, tra chi ha ottenuto un consenso importante dagli elettori – ha sottolinea il Cav – può pensare di non farsi carico della necessità che il Paese sia governato. A fargli eco, il capogruppo di FI alla Camera, Renato Brunetta. “Renzi aveva avuto l’idea del partito della nazione. Penso che si possa fare, ma avendo come perno il Centrodestra – ha detto Brunetta a Radio Capital -. Come Renzi aveva aperto le porte a Forza Italia e a una parte del Centrodestra, così noi possiamo aprire le porte a lui”. E ancora: “Queste elezioni le ha vinte il Centrodestra unito, ossia la coalizione. E Salvini ha ragione quando dice che bisogna rispettare le scelte degli elettori. Ma il soggetto è il Centrodestra, che potrebbe decidere anche di dare una presidenza al Pd nell’ottica di un eventuale appoggio esterno. La presidenza delle Camere deve essere data anche a chi si fa carico della governabilità del Paese”.

Commenti

  1. honhil

    I dem non si smentiscono mai. Sembrano fatti in fotocopia. Quegli Usa e quegli italiani, poi, sembrano uscire tutti dalla stessa matriosca. E fin qui, nessuna meraviglia. Sono il frutto nero dell’era obamiana. Quello che fa pena, però, è il meschino trasformismo simil- Repubblica di una testata come il New York Times. A testimonianza di una decadenza morale che si lascia alle spalle il puritanesimo americano che ha fatto grande l’America per inseguire l’italica conventìcola. Tanto che il sindaco di Milano, a distanza di qualche giorno, può dire di muoversi in una filosofia obamiana e di «non essersi mai sentito renziano, pur essendo stato vicino a lui». Dando inizio alle Idi di marzo del Pd, con i pugnali che escono da sotto le toghe per ammazzare Cesare. Gli indegni renziani finalmente avranno la carcassa politica del loro ex capo, che depositeranno ai piedi di Di Maio, per ancora una volta riciclarsi. Un’indegnità mostruosa, direbbe l’insuperabile Fantozzi guardando di traverso Grillo. E da illustri genovesi, si capirebbero pienamente. E mentre tutto questo succede, e Graziano Del Rio sembra proiettato verso la segreteria generale di quello che resta del Partito Democratico, e Papa Bergoglio ancora insiste sulle frontiere aperte a tutti, con il rischio di diventare una macchietta sorosiana, Marine Le Pen, con il suo discorso di Lille, cerca di essere il faro dell’Europa. Un’Europa che ha bisogno di credere nel sogno di Le Pen e non in quello bergogliano. Non per niente in questo binomio per niente irriverente (e per certi versi dal sapore post-cristiano) c’è tutto il dramma che attanaglia il ‘Vecchio Continente’. E il Nuovo.

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