La proposta di nazionalizzazione della Banca d’Italia sbarca alla Camera. Per indennizzare le quote delle banche azioniste servono 2,5 miliardi

di Caris Vanghetti
Politica

La nazionalizzazione della Banca d’Italia inizia oggi il suo iter alla Camera e già servono 2,5 miliardi. Al termine delle interrogazioni a risposta immediata, la Commissione Finanze della Camera, guidata dalla parlamentare pentastellata Carla Ruocco, avvierà l’esame della proposta di legge a prima firma Giorgia Meloni. Si tratta di una norma che punta a far acquistare al ministero dell’Economia tutte le azioni di Bankitalia che sono attualmente detenute da 123 diversi soggetti, tra banche ed enti di previdenza. La proposta prevede che il ministero guidata da Giovanni Tria compri tutte le 300mila azioni in circolazione al valore nominale.

Ma c’è un problema visto che attualmente ci sono azionisti che detengono tali quote da quando avevano un valore di 1000 lire (il 67% degli azionisti) e altri che le hanno acquistate dopo la rivalutazione che ne ha portato il prezzo a 25mila euro l’una (il restante 33% degli azionisti). Pertanto, per evitare di arricchire qualcuno o impoverire qualcun’altro, secondo un dossier elaborato dalla Camera, si rileva che “sembra tuttavia plausibile ritenere che dalla riduzione forzosa del valore delle quote discenda l’obbligo di indennizzare gli attuali partecipanti (al capitale della Banca d’Italia n.d.r.) secondo i principi generali dell’ordinamento”.

Una perifrasi che significa che servono 2,5 miliardi di euro. I tecnici della Camera speigano anche ci dovrebbe essere indennizzato: “In particolare figurano 9 enti previdenziali espressione di categorie professionali (quali, ad esempio, Cassa Forense, Enpam e Inarcassa, rappresentative, rispettivamente, di avvocati, medici e odontoiatri e ingegneri e architetti), che hanno acquistato – nel complesso – 47.960 quote, pari al 15,99% del capitale, per un controvalore di poco meno di 1,2 miliardi di euro, nonché 7 fondi pensione che hanno acquistato il 3,29% del capitale, investendo circa 247 milioni di euro; infine, circa il 6% delle quote, per un controvalore di circa € 450 mln è stato acquistato dalle 23 Fondazioni di matrice bancaria entrate nella compagine partecipativa nell’ultimo quinquennio”.

La partita è ancora all’inizio visto che la proposta ricalca molte delle idee contenute in un’analoga norma messa a punto nella scorsa legislatura da un deputato del Movimento 5 Stelle, Alessio Villarosa, che oggi ricopre il ruolo di sottosegratario all’Economia ma, secondo quanto risulta a La Notizia, i parlamentari pentastellati non avrebbero ancora deciso se sostenere questa proposta di legge oppure no. Quel che è certo che non si tratta di una scelta facile da prendere visto che il potente sottosegretario alla presidenza del Consiglio, il leghista Giancarlo Giorgetti, e la Banca Centrale Europea guidata da Mario Draghi non sarebbero favorevoli a questo stravolgimento delle funzioni di Banca d’Italia.

Infatti la proposta di legge della Meloni, per come è scritta, sarebbe in grado di abolire il Consiglio Superiore della Banca d’Italia (l’organo cui spetta l’amministrazione generale della Banca e che nomina, su proposta del Governatore, il Direttore generale e i Vice Direttori generali e concorre alla procedura di nomina del Governatore) o di modificarne la composizione. Una previsione dagli effetti dirompenti per gli equilibri del sistema bancario italiano che sarebbe in grado di complicare la strada della proposta Meloni. Infatti il Trattato sul Funzionamento della Ue prevede l’obbligo, per gli Stati, di informare la Bce sui progetti di disposizioni legislative che rientrino nelle sue competenze, a cominciare dalle banche centrali.