Il voto in Molise spazza via Di Pietro jr. Per il figlio dell’ex pm di Mani Pulite appena 338 preferenze. Nel centrodestra fanno il pieno i professionisti del cambio di casacca

dalla Redazione
Politica

Nel nuovo Consiglio regionale eletto dai cittadini molisani non ci sarà una presenza di peso come quella di Cristiano Di Pietro. Il figlio dell’ex pm di Mani Pulite, infatti, è stato uno dei veri flop di questa tornata elettorale in Molise, avendo racimolato soltanto 338 preferenze nella lista Unione per il Molise che sosteneva il candidato governatore Marcello Veneziale. Di Pietro jr. è andato male anche nel suo paese, Montenero di Bisaccia, che gli ha attribuito la miseria di 127 voti. C’è da dire, a sua discolpa, che per il centrosinistra tirava davvero una brutta aria tanto che sono soltanto due gli esponenti entrati in Regione: Vittorino Facciolla e Micaela Fanelli, entrambi del Pd.

Miss preferenza è stata la pentastellata Patrizia Manzo con 6.968 voti. Nel Movimento bene anche tanti altri esponenti che, però, nulla hanno potuto contro l’esercito di nove liste e 180 candidati schierato dal neo eletto governatore di centrodestra Donato Toma. Qui non mancavano una serie di transfughi che fino a un paio di mesi fa erano parte integrante della maggioranza di centrosinistra guidata dal Presidente uscente Paolo di Laura Frattura. Sono proprio loro ad aver fatto la differenza. Tra questi i due presidenti del Consiglio regionale che si sono alternati nell’amministrazione uscente, e ora volati dal centrosinistra al centrodestra; si tratta di Vincenzo Cotugno e Vincenzo Niro che hanno portato a casa rispettivamente 3.308 e 2.236 preferenze. Fresco di salto da una parte all’altra anche Salvatore Micone che ha portato alla causa 1.738 voti. Tra i non eletti, ma speranzosi di ripescaggio, c’è anche Massimiliano Scarabeo: l’ex capogruppo del Pd, passato a Forza Italia, ha ottenuto 1.169 voti. Queste preferenze sono state determinanti e si tratta certamente di voti attribuiti alle persone più che ai partiti. Tanto che né Lega né Forza Italia sono arrivati al 10%. Anche per questo risulta difficile, se non impossibile, dare una valenza nazionale a questo voto, dove risulta complicato valutare il peso reale dei partiti.

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