Renzi ha fatto l’en plein con le nomine di Stato. Ma nel Pd nessuno alza la voce

di Giorgio Velardi
Politica
Matteo Renzi Pd

Era l’occasione perfetta per “azzannare” Matteo Renzi. E invece, alla fine, sono rimasti tutti zitti. O quasi. Dentro a un Partito democratico nel pieno della battaglia congressuale, l’affaire delle nomine ai vertici delle imprese pubbliche, che ha visto l’ex presidente del Consiglio fare il bello e il cattivo tempo (i casi di Francesco Caio e Alessandro Profumo sono indubbiamente quelli più eclatanti), è passato pressoché sottotraccia, nonostante la posta in gioco fosse altissima. Come dimostra la levata di scudi del Movimento 5 Stelle, quello sì impegnato a farsi sentire dal minuto successivo all’ufficializzazione dei nomi degli amministratori, e degli scissionisti di Mdp, primi fra tutti Roberto Speranza e Guglielmo Epifani.

Dentro al partito del Nazareno, invece, quelli che come si suol dire c’hanno messo la faccia si contano sulle dita di una mano. Francesco Boccia, presidente della commissione Bilancio della Camera e coordinatore della mozione Emiliano, per esempio, non le ha certo mandate a dire. “Una lottizzazione da basso impero”, l’ha definita il deputato pugliese, visto che “in ogni consiglio d’amministrazione hanno piazzato qualche riferimento del Partito della Nazione”. Tutto vero, lista alla mano. Di più: “È evidente che con queste nomine si è sancito un principio gravissimo: che per il Governo in carica il segretario del Pd è ancora Renzi”. Sulla stessa lunghezza d’onda anche il senatore Massimo Mucchetti, uno mai tenero con l’ex sindaco di Firenze: “Sulle nomine grava l’ombra dell’ex premier ora segretario dimissionario del Pd” che “ha agito da uomo di potere vecchio stampo”.

Basso profilo – Il governatore della Puglia, Emiliano, non è intervenuto direttamente, ma parlamentari a lui vicini, interpellati sulla questione, hanno fatto sapere che le parole di Boccia sono la sintesi del pensiero di tutti. Ex sindaco di Bari compreso. Sarà. Molto più low profile, invece, la posizione del ministro della Giustizia, Andrea Orlando, altro sfidante di Renzi al congresso. “Si tratta di scelte che ora vanno spiegate – ha detto ieri il Guardasigilli – e mi auguro che il Tesoro spieghi qual è la ratio di alcune mosse. Che spieghi perché alcuni sono stati rimossi e perché si sono prese certe soluzioni”. Dichiarazione che, francamente, lascia un po’ il tempo che trova. Soprattutto perché Orlando ha spiegato di aver “appreso queste nomine leggendo i giornali”. Certo, qualcuno fa notare come il ministro si trovi in una posizione scomoda: da una parte membro di un Governo tutt’altro che forte, e proprio la vicenda delle nomine ne è stata l’ennesima dimostrazione (il premier Gentiloni, il ministro dell’Economia Padoan e quello dello Sviluppo economico Calenda non hanno toccato palla); dall’altra, come detto, sfidante di “Matteo” al congresso. Il che avrebbe suggerito di andarci giù un po’ più pesante, mettendo per un attimo da parte il garbo istituzionale. Renzi, del resto, nel passare da rottamatore a lottizzatore non c’ha pensato troppo su. E ha vinto ancora.