Renzi non si dimette da segretario e spacca il Pd. “Mai con Lega e 5 Stelle”. Rivolta nel partito

dalla Redazione
Politica

Non gli sono bastati i sonori schiaffoni rimediati alle urne per dimettersi dalla guida del Partito democratico. Matteo Renzi lascerà soltanto dopo la formazione del Governo. Così il segretario dem vuole bloccare ogni possibilità di trattativa con i Cinque Stelle per formare un nuovo Governo: “Saremo all’opposizione, il Pd non sarà mai il partito-stampella di un governo di forze anti-sistema”. E ancora: “Da Di Maio e Salvini ci dividono tre elementi chiavi: il loro anti-europeismo, la loro anti-politica e l’odio verbale che hanno avuto contro i militanti democratici”, quindi, “nessun inciucio, il vostro governo lo farete senza di noi. Provate se ne siete capaci, noi faremo il tifo per l’Italia”.

Dimissioni congelate quindi. Come se nulla fosse successo, quando invece la debacle è di quelle storiche. Tanto che qualcuno sembra stia già storcendo il naso per quella che viene reputata l’ennesima forzatura di Renzi. Il capogruppo dem al Senato Luigi Zanda ha commentato così: “La decisione di Matteo Renzi di dimettersi e contemporaneamente rinviare la data delle dimissioni non è comprensibile. Serve solo a prendere ancora tempo. Le dimissioni di un leader sono una cosa seria, o si danno o non si danno. E quando si decide di darle, si danno senza manovre – aggiunge – In un momento in cui al Pd servirebbe il massimo di quella collegialità che è l’esatto opposto dei cosiddetti caminetti, annunciare le dimissioni e insieme rinviarne l’operatività  per continuare a gestire il partito e i passaggi istituzionali delle prossime settimane è impossibile da spiegare. Quando Veltroni e Bersani si sono dimessi – conclude Zanda – lo hanno fatto e basta. Un minuto dopo non erano più  segretari”. Durissimo anche Gianni Cuperlo: Da Renzi, coazione a ripetere gli errori. Chiedo l’immediata convocazione della direzione”.

Avendo raccolto meno del 20% dei voti non sembravano proprio esserci alternative alle dimissioni. Una debacle del genere non era prevedibile nemmeno tra gli incubi peggiori. Dopo il 4 dicembre, giorno della sconfitta referendaria nel 2016, è arrivato il 4 marzo: data del tramonto del renzismo. Che aveva ottenuto il massimo storico con le Europee del 2014 toccando quota 40%. Il consiglio dato dal segretario del “turiamoci il naso e votiamo Pd” non ha ottenuto il frutto sperato dal leader di Rignano travolto dai risultati delle urne. Tra i dem ora comincerà la resa dei conti e il quotidiano La Repubblica, già oggi, ipotizza le idee Gentiloni o Zingaretti come traghettatori del Pd.

Commenti

  1. honhil

    C’era una volta il Pd. Con la conseguenza che quel Matteo Renzi che, senza passare dal vaglio delle urne, in quella scia di governi napolitaniani che hanno sfibrato lo Stivale, è stato tutto, alle sue prime elezioni politiche, deve pagare un conto salatissimo. Anzi mortale, politicamente parlando.

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