Rigopiano, la Procura di Pescara ha concluso le indagini. In 25 rischiano il processo per i 29 morti della slavina che il 18 gennaio 2017 spazzò via il resort

dalla Redazione
Cronaca

Un avviso di conclusione delle indagini, atto che precede la richiesta di rinvio a giudizio, è stato notificato dai carabinieri-forestali di Pescara a 25 indagati (24 persone e una società) nell’ambito dell’inchiesta sul disastro di Rigopiano, nel comune di Farindola, dove il 18 gennaio 2017 morirono 29 persone in seguito a una valanga che travolse il Rigopiano-Gran Sasso Resort. La Procura di Pescara, a vario titolo, ipotizza i reati di disastro colposo, lesioni plurime colpose, omicidio plurimo colposo, falso ideologico, abuso edilizio, omissione d’atti d’ufficio, abuso in atti d’ufficio e reati ambientali.

L’inchiesta ha confermato che l’hotel era stato costruito su un sito storico di valanga e che l’assenza della carta di localizzazione dello stesso pericolo è alla base della tragedia. Il resort in quel periodo dell’anno, quando il rischio slavine è più alto, dunque non doveva rimanere aperto. “L’assenza della carta di Localizzazione del pericolo da Valanga – si legge nel provvedimento – laddove emanata avrebbe di necessità individuato nella località stessa in Comune di Farindola un sito esposto a tale pericolo, ha fatto sì che le opere già realizzate dell’Hotel Rigopiano a seguito dei permessi di costruire non siano state segnalate dal locale sindaco. Tali informazioni avrebbero determinato l’immediata sospensione di ogni utilizzo nella stagione invernale”.

Il Comune di Farindola, sempre secondo le conclusioni dell’inchiesta, non avrebbe dovuto rilasciare i permessi edilizi per la costruzione dell’hotel. Il Piano emergenze del Comune, inoltre, era “totalmente silente in punto di pericolo di valanghe”. Se il Comune di Farindola avesse adottato un nuovo piano regolatore, che avesse individuato nella località di Rigopiano un sito esposto a forte pericolo di valanghe, “non sarebbe stato possibile rilasciare i permessi edilizi con conseguente impossibilità edificatoria”.

Tra gli indagati ci sono il presidente della Provincia di Pescara Antonio Di Marco, il sindaco di Farindola Ilario Lacchetta e l’ex prefetto di Pescara, Francesco Provolo. I direttori e i dirigenti del dipartimento regionale di Protezione civile, Carlo Visca e Vincenzo Antenucci, il tecnico del Comune di Farindola Enrico Colangeli, il gestore dell’albergo e amministratore e legale responsabile della società che gestiva il resort, Bruno Di Tommaso, il dirigente e il responsabile del servizio di viabilità della Provincia di Pescara, Paolo D’Incecco e Mauro Di Blasio; l’ex capo di gabinetto della Prefettura Leonardo Bianco; la dirigente della Prefettura Ida De Cesaris; il direttore dei Lavori pubblici della Regione Abruzzo, fino al 2014, Pierluigi Caputi; il dirigente della Protezione civile Carlo Giovani; gli ex sindaci di Farindola, Massimiliano Giancaterino e Antonio De Vico; il tecnico geologo Luciano Sbaraglia.

Nell’elenco compare anche il nome dell’imprenditore che chiese l’autorizzazione a costruire l’albergo, Marco Paolo Del Rosso; il direttore della Direzione parchi territorio ambiente della Regione Abruzzo Antonio Sorgi; il redattore della relazione tecnica allegata alla richiesta della Gran Sasso Spa di intervenire su tettoie e verande dell’hotel, Giuseppe Gatto; il consulente Andrea Marrone; il direttore del Dipartimento opere pubbliche della Regione Abruzzo, Emidio Rocco Primavera; il comandante della Polizia provinciale di Pescara Giulio Honorati; il tecnico reperibile secondo il piano di reperibilità provinciale Tino Chiappino; il responsabile dell’ufficio Rischio valanghe della Regione Abruzzo, fino al 2016, Sabatino Belmaggio; la società Gran Sasso Resort & Spa.

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