Ripresa fragile in tutta Europa. Tassi bassi finché c’è Draghi. La Bce conferma a zero il costo del denaro. Mancavano solo i dazi per frenare l’economia

di Sergio Patti
Economia
Finché Mario Draghi resta alla guida della Bce i tassi dell’euro non si toccano. Una notizia non negativa se non fosse che a motivarla è l’aspettativa di un’economia dell’Eurozona in rallentamento. Una frenata per il momento difficile da prevedere anche per effetto delle politiche protezionistiche annunciate dagli Stati Uniti alla Cina. A tracciare questa rotta è stato ieri lo stesso presidente del board della Banca centrale europea, nella tradizionale conferenza stampa in cui ha spiegato la conferma dei tassi al minimo storico, prevedendo che possano restare ancora a lungo su tali livelli, ben oltre la fine del quantitative easing, cioè il supporto al sistema finanziario con un’immissione di liquidità monetaria al momento fissata in 30 miliardi di euro al mese. Sulle prospettive generali dell’economia in Europa e soprattutto su quanto potrà durare questo regalo di “benzina” ai mercati finanziari le previsioni dei principali analisti sono ampie. Se per ora è sicuro che il quantitative easing andrà avanti fino a settembre, a giugno Draghi potrebbe tracciare una exit strategy con una riduzione graduale degli acquisti di titoli da far scendere per tre mesi a 20 miliardi e per altri tre mesi a 10, prima di bloccare questo potente stimolo monetario, non a caso definito un bazooka. I tempi saranno invece più lunghi per la risalita dei tassi, la cui prima mossa non arriverebbe prima delle seconda metà o di settembre del 2019, quando l’attuale presidente del board avrà lasciato il posto con molta probabilità a un tedesco. Intanto la situazione rimane non esaltante. “Dopo diversi trimestri di crescita superiore alle stime – ha detto ieri Draghi – le informazioni mostrano una moderazione della crescita dall’inizio dell’anno anche se solida e generalizzata nell’area dell’euro”. Di qui la decisione di lasciare il tasso principale dell’euro fermo allo 0%, quello sui prestiti marginali allo 0,25%  e quello sui depositi a -0,40%. Per lo stesso motivo continua ad essere indispensabile il sostegno monetario della Bce, che continuerà “fino a quando non sarà necessario”. La Bce si tiene le mani libere, insomma, anche perché l’inflazione continua a dare segnali di debolezza, indice di un’economia tutt’altro che florida.
Fattori globali – Su questa situazione già delicata irrompono i dazi e le tensioni commerciali tra Stati Uniti e resto del mondo. Per Draghi “i rischi legati alle prospettive di crescita dell’area dell’euro rimangono sostanzialmente bilanciati, ma i rischi legati a fattori globali, compresa la minaccia di un aumento del protezionismo, sono diventati più importanti”, e questo – ha lasciato intendere – ha un costo. Un problema in più in una fase complicata che l’Europa si troverà ad affrontare con uomini e strategie diverse da quelle attuali. Non a caso ieri Draghi ha salutato il vicepresidente Bce uscente Vitor Constancio, all’ultima apparizione prima di lasciare il posto al successore, l’ex ministro spagnolo dell’economia Luis De Guindos, non certo sgradito ai falchi del rigore monetario tedeschi.

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