Italia strapiena di baraccopoli: così teniamo 26mila rom. Nel 2020 il Governo dovrebbe chiudere tutti i campi nomadi, ma da Roma a Napoli promesse tradite

di Carmine Gazzanni
Cronaca

Vagabondi, ladri e sporchi. Quando si parla dei rom, le generalizzazioni si sprecano. E, come si sa, la banale generalizzazione è madre del razzismo. Non è un caso che l’Osservatorio 21 luglio, che da anni con impegno e costanza si occupa di chi è vittima di discriminazioni, ha registrato nel corso degli ultimi dodici mesi 182 episodi di discorso d’odio nei confronti dei rom, di cui 51 sono stati classificati di una certa gravità. Eppure nel 2012 era stata redatta dal Governo italiano, allora guidato da Mario Monti, una Strategia nazionale con l’obiettivo di chiudere i “campi rom” entro il 2020 e di avviare processi di inclusione sociale cominciando ad affrontare la questione abitativa. A distanza di sei anni, si può dire che quel programma è rimasto lettera morta. Secondo i dati raccolti dall’Osservatorio e che verranno presentati oggi nel dettaglio, in Italia si contano circa 26mila rom presenti in baraccopoli formali e informali. Le prime, abitate da circa 16.400 individui, sono 148, disseminate in 87 Comuni. Centinaia sono invece i micro insediamenti (300 nella sola Capitale) abitati da meno di diecimila persone residenti principalmente nelle periferie delle grandi città. Ma di chi le responsabilità di una tale situazione? “Innanzitutto del Governo nazionale – spiega a La Notizia Carlo Stasolla, presidente dell’Osservatorio – Non ha dato poteri all’Unar, che è il punto di contatto per la realizzazione della Strategia. C’è stato un totale disinteresse: più di un anno fa si è dimesso il direttore e solo oggi si è insediato Luigi Manconi. Siamo stati un anno con l’Unar fermo”.

Promesse tradite – Poi, però, ci sono le gravi responsabilità locali. Sopratutto nelle grandi città di Napoli, Roma e Torino. “Qui – continua Stasolla – avevamo volti nuovi con Luigi de Magistris, Chiara Appendino e Virginia Raggi. C’erano aspettative: pensavamo che ci sarebbe stata discontinuità col passato”.

L’esempio più lampante è quello capitolino: “In campagna elettorale e anche prima, la consigliera Raggi ci è venuta a trovare diverse volte”, racconta Stasolla. “Ricordo ancora le lacrime che le scesero quando le feci vedere uno sgombero in via Salviati. Abbiamo incontrato anche la sindaca Appendino prima delle elezioni:  accolse con grande favore le nostre proposte”. Poi, però, una volta insediatesi, “entrambe hanno cambiato atteggiamento”. La politica portata avanti è rimasta la stessa: “Prevale un approccio emergenziale: le uniche risposte sono gli sgomberi, senza una proiezione di lungo termine”. Ma non è tutto. Secondo Stasolla, infatti, mancano anche competenze specifiche: “Quando la Raggi ha presentato lo scorso 31 maggio il Piano Rom, abbiamo detto subito che sarebbe stato un flop”.  E in effetti così è stato. Un esempio su tutti: “Nel progetto di chiusura di La Barbusa – racconta Stasolla – è stata prevista la figura del mental coach e del mentoring, come se i rom avessero bisogno di un motivatore per cercare lavoro”. Ancora peggio è andata in Via Sperimentale, dove i 420 nomadi sono rimasti lì, “con l’unica differenza che da campo formale è diventato informale”. Insomma, un fallimento su tutta la linea.

Ma con un’aggravante per quanto riguarda Roma. “Insieme ad altre associazioni – racconta Stasolla – nel 2015 abbiamo fatto una proposta di delibera di iniziativa popolare che ha raccolto oltre 6mila firme, per la chiusura dei campi”. Ebbene, nonostante per legge la proposta debba essere discussa in Consiglio comunale entro sei mesi, nessuno ha pensato di portarla in Assemblea. Un deficit di democrazia. E di civiltà.

Tw: @CarmineGazzanni

Commenti

  1. honhil

    Ed adesso bisognerebbe capire del perché ciò, insieme ad un’invasione chiamata accoglienza, è tutto il lascito dei figli del fu Pci.

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