Renzi ostaggio delle primarie. Così a Roma rischia ancora. Il segretario punta su un profilo manageriale

D’accordo, si chiameranno pure primarie, ma visto che sta girando il vento c’è il rischio di ritrovarsi a doverle chiamare secondarie. Nel senso che rischiano davvero di non contare nulla, di essere solo e soltanto un gran gioco di società a favore degli elettori dove gli eletti, nel senso  di leader e capobastone locali avranno comunque l’aggio per girare a proprio favore il risultato. Fuor di metafora significa che il Pd,  a Roma  come a Milano, seguirà pure la strada delle primarie, non  volendo sconfessare se stesso, ma guai se a passare non saranno i candidati indicati dal presidente del Consiglio e segretario del partito, Matteo Renzi. Guai.

POCO SPAZIO PER LE TRATTATIVE
La prova, anche se indiretta nonostante gli elementi siano ben precisi e circostanziati, la fornisce il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti. L’eterno nome forte del Pd romano , evocato  nei corridoi e nei chiacchiericci della politica capitolina nei casi d’emergenza, non salterà dal treno in corsa della Regione Lazio per salvare il Campidoglio, orfano di Ignazio Marino. “Queste scelte si fanno una volta nella vita, e io l’ho già fatta”, dice il governatore, rompendo il silenzio dopo alcuni giorni, “il mio contributo sarà dimostrare che quando governiamo lavoriamo bene”.   Insomma, Zingaretti ha chiarito di aver  chiuso  con la sua vecchia ambizione, quella di guidare la Capitale. Perché l’ex presidente della Provincia di Roma, cinquant’anni compiuti proprio ieri l’altro, da Palazzo Senatorio è stato solo a un passo. C’era già stata, persino, la discesa in campo ufficiale. Piazza San Cosimato, Trastevere, caldo pomeriggio del 16 luglio 2012, sul palco Ettore Scola, Johnny Palomba; amici, sostenitori e quadri di partito sotto al palco. In maniche di camicia, Zingaretti lanciò la sua sfida a Gianni Alemanno. Ma si mise di mezzo lo scandalo dei fondi regionali di cui “Batman” Fiorito diventò il simbolo, e cadde la giunta regionale di centrodestra.  E allora dal Comune venne dirottato, non certo per sua scelta, sulla Regione e addio sogni di gloria. Riproporsi oggi sarebbe folle, dato che il candidato forte sarà comunque scelto da Renzi. E chi se la sente di andare contro il premier?

QUI MILANO
E a Milano, anche se modeste variazioni sul tema, il racconto che si va dipanando in queste ore, non è molto dissimile da quello capitolino. “Stiamo facendo dei bei passi avanti nella direzione a cui ho sempre fatto riferimento, l’unica possibile: le primarie”, afferma , l’assessore alle Politiche sociali della Giunta Pisapia, Pierfrancesco Majorino, in corsa per le primarie del capoluogo lombardo, “e saranno primarie vere. Altamente contendibili e altamente unitarie. I soggetti politici che hanno dato vita all’esperienza di questi anni alla fine ci saranno praticamente tutti. E i candidati è bene che si misurino alla luce del sole, mettendoci la faccia, in un confronto aperto e vero. Andiamo avanti, quindi. Io ci sono. Milano non è una poltrona. E’ una scelta di vita”. Talmente forte che anche qui, all’ombra della Madunina, Renzi  vuole il suo candidato da opporre ai candidati provenienti dal suo partito. Una bella contraddizione, non c’è che dire.

QUI NAPOLI
E lo stesso ragionamento vale anche per Napoli e le altre grandi città in cui si andrà al voto in primavera.  E allora, per contrasto, nel campo avverso la direzione imboccata sembra essere esattamente quella opposta. “Il centrodestra intanto deve trovare una sua unità, perché il centrodestra unito vince. Dopodiché, come dire, abbiamo visto come sono andate le primarie del Partito democratico”, dice Renato Brunetta, capogruppo di Forza Italia alla Camera, “quindi la nostra scelta sarà una scelta di unità, di programma, con il candidato migliore che può tranquillamente vincere rispetto ai candidati di Renzi”, ha sottolineato Brunetta. E chissà che la sintesi, almeno a Roma, non si chiami Alfio Marchini.