Salvini in un vicolo cieco. La difesa a oltranza della Lega è un autogol. Il Carroccio attacca evocando la crisi sul caso Siri. Ma non può rompere per un indagato

di Alessandro Righi
Politica

Catenaccio e contropiede. Da giorni il Capitano si è rifugiato nello schema del vecchio Trap. Muro difensivo sul caso Armando Siri, il sottosegretario della Lega indagato per corruzione: “In un Paese civile i processi si fanno in tribunale e se uno è colpevole si viene condannati da un giudice, non da un giornale”, andava ripetendo ancora ieri il leader del Carroccio, Matteo Salvini.

Incursioni in contropiede nella metà campo avvversaria: “Io mi sarei aspettato dal premier Giuseppe Conte un atteggiamento più di mediazione tra le due posizioni, invece, chiedendo le dimissioni di Siri, si è schierato dalla parte del M5S”, ha accusato il capogruppo della Lega al Senato, Massimiliano Romeo. E, alle brutte, palla in tribuna: “Non vado ospite da comunisti come Fabio Fazio che hanno Rolex pagati dagli italiani”, l’ha buttata lì, nel mezzo dell’ennesima giornata di polemiche ad alta tensione, lo stesso Salvini.

“Un modo come un altro per puntare altrove i riflettori, per dirottare l’attenzione da una questione che sta obiettivamente mettendo in seria difficoltà la Lega – commenta, a taccuini chiusi, un autorevole parlamentare M5S -. Ma con scarsi risultati: noi non molliamo, Siri deve dimettersi e se ci costringeranno ad andare alla conta non ci tireremo indietro”. Non solo, la controffensiva grillina non dà tregua a Salvini. Messo alle strette fino ad essere platealmente accusato di due pesi e due misure con il precedente che investì l’allora sottosegretaria, Simona Vicari, nella passata legislatura.

Quando non si accontentò neppure del passo indietro: “Le dimissioni del sottosegretario non mi soddisfano. Non basta chiedere scusa e dimettersi”, tuonava due anni fa il Capitano, come gli rinfaccia il Blog delle Stelle, decisamente più agguerrito oggi sul caso, molto simile, che ha investito il suo fedelissimo consigliere economico. E neppure le velate evocazioni di una crisi di Governo sembrano aiutare Salvini ad uscire dal vicolo cieco in cui il Carroccio sembra essersi cacciato. Come dimostra il sondaggio-plebiscito Gpf per La Notizia secondo cui 3 italiani su 4 secondo condividono la richiesta di dimissioni formalizzata da Conte a Siri.

“Il metodo adottato è sbagliato. Per noi comunque il punto dirimente è se le cose si fanno o no. L’autonomia regionale si fa o no?… Ecco, senza l’autonomia il Governo non va più avanti”, spiegava ieri il vice ministro alle Infrastrutture, Edoardo Rixi sulle colonne de La Stampa. “Prima di mercoledì (domani ndr) qualcosa succederà, e allora sarà chiaro a tutti come andrà a finire”, ha avvertito il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgetti.

“Se vogliono rompere per salvare la poltrona di un sottosegretario indagato per corruzione si accomodino pure, se ne assumeranno la responsabilità di fronte agli italiani – tagliano corto fonti parlamentari M5S -. Costatiamo che mentre i vari Rixi e Giorgetti evocano la crisi di Governo il loro capo, Salvini, assicura che l’Esecutivo andrà avanti altri quattro anni. Chi tra loro dice la verità?”.

Di certo, la Lega sta già pagando pegno: la difesa a oltranza dell’indagato Siri inizia a pesare nei sondaggi che vedono i Cinque Stelle in crescita. E tutti nel Carroccio, da Salvini in giù, sanno che aprire una crisi di Governo sulla poltrona di un sottosegretario indagato sarebbe un clamoroso autogol. Anche perché, tornare al voto non sarebbe così scontato.