Sanità in codice rosso. Così l’Europa strangola la nostra salute

di Carmine Gazzanni
Cronaca

Quello di Brescia non è che l’ultimo caso di malasanità che si registra in Italia. Ieri tutti i membri dell’equipe medica del reparto di Terapia intensiva neonatale degli Spedali Civili di Brescia sono stati iscritti nel registro degli indagati per la morte, avvenuta lo scorso martedì, del bambino nato prematuro deceduto a causa del batterio serratia marcescens, contratto in ospedale. L’accusa ipotizzata dalla procura bresciana, che ha definito l’iscrizione “un atto dovuto”, è quella di omicidio colposo. In totale nel reparto in cui era ricoverato il bimbo sono stati diagnosticati dieci casi di contagio. I primi due, aveva spiegato l’ospedale in un comunicato, “sono andati progressivamente migliorando ed attualmente sono in via di risoluzione”. Il piccolo deceduto, invece, “ha sviluppato segni clinici da shock settico ed un quadro clinico che è progressivamente peggiorato e, nonostante la terapia antibiotica a largo spettro e tutte le cure intensive prestate, in data 6 agosto ha cessato di vivere”. Tre neonati colpiti dal batterio sono già stati dimessi, mentre altri sei sono ancora ricoverati. Tra questi, c’è anche il gemellino del bebè deceduto.

Casistica senza fine – Vedremo ora cosa verrà fuori dalle indagini della magistratura. Certo è che quello di Brescia è, come detto, l’ultimo caso di una serie infinita che trova mille ragioni e responsabili, frutto di un sistema imputabile non al singolo medico ma ad una struttura che, rispetto al passato, sta perdendo colpi, come spiega il professor Mario Falconi (leggi intervista sotto). Intanto in ospedale si continua a morire. A metà luglio a Napoli, all’ospedale San Paolo, un uomo di 50 anni è morto sebbene fosse ricoverato per un intervento in day surgery ad un’ernia. Un altro caso di malasanità è accaduto nel piccolo Molise (Regione, peraltro, commissariata per i debiti in ambito sanitario): un uomo di Larino (Campobasso), episodio di qualche settimana fa, aveva accusato un forte mal di testa. Crescente di minuto in minuto. Si trattava di emorragia cerebrale. A quel punto è stato chiamato il 118 che però è arrivato in forte ritardo perché impegnato in un altro intervento. Intervenuti i sanitari, l’uomo è stato portato di corsa all’ospedale San Timoteo di Termoli dove però non è stato possibile fare alcunché perché il macchinario della Tac era in manutenzione programmata. Una gestione fallimentare a causa di un sistema vetusto. Tanto che la stessa ministra Giulia Grillo ha mandato in Molise ispettori per capire cosa sia accaduto e di chi le eventuali responsabilità. A proposito di Regioni commissariate, emblematico quanto sta accadendo anche in Calabria. Ha fatto molto discutere, ad esempio, la vicenda dell’ospedale di Reggio dove, a causa della mancanza di gesso, si sono utilizzati cartoni per far fronte alle emergenze. Racconti da terzo mondo. Così come è eloquente che al nosocomio di Locri (provincia di Reggio Calabria) sia stato chiuso il reparto di ortopedia per mancanza di medici che garantiscano i turni. Non è un caso che già lo scorso 13 luglio, il deputato M5S Francesco Sapia ha denunciato in una dettagliata interpellanza le “gravi inadempienze” del commissario per il piano di rientro in Regione Calabria, Massimo Scura, a cui il Governo ha risposto dicendo che ne chiederà conto.

Dati eloquenti – E a compimento di quanto detto, basti leggere i dati dell’ultimo “Termometro della salute” di Eurispes ed Empam. L’Italia continua a spendere meno della media europea per mantenere il proprio sistema sanitario (14,1% del proprio Pil), che continua ad essere danneggiato da precariato, insufficienza delle strutture e degli organici ed invecchiamento del personale sanitario. Basti pensare che entro il 2023 si prevede il pensionamento di quasi 22mila medici, che saranno sostituiti da non più di 6mila nuovi ingressi. L’ultima relazione parlamentare ha accertato 400 casi di malasanità tra il 2009 e il 2012 che hanno portato alla morte del paziente.

Sanità devastata dalle regole Ue. Nesci (M5S) propone una commissione d’inchiesta

DALILA NESCI POITICO M5S

DALILA NESCI

La pasionaria del Movimento Cinque stelle, Dalila Nesci, non si è mai risparmiata, né nella passata legislatura né negli scampoli della nuova. Specie quando si parla di sanità, di cattivi servizi, di diritti negati e delle responsabilità politiche ed economiche di un quadro a tinte fosche, com’è quello della salute pubblica italiana. Non è un caso che, in questa come nella passata legislatura, la Nesci ha presentato una proposta di legge per istituire una commissione d’inchiesta parlamentare per far luce sugli errori sanitari, con un focus sui punti nascita. “Ho studiato a fondo commissariamenti e i piani di rientro partendo dalla mia Regione, la Calabria. E da questo studio è stato facile rintracciare i motivi che sono all’origine dei casi di malasanità e di carenza di servizi e di diritti per i cittadini”.

In che senso?
“Tutto ruota attorno ad un adeguato finanziamento del sistema sanitario nazionale, che manca ormai da anni”.

Per quale ragione?
“Soprattutto all’interno delle dinamiche dei piani di rientro, si comprende come per raggiungere gli equilibri di bilancio si è per legge costretti a tagliare servizi, posti letto, risorse. Così diventa a volte impossibile raggiungere i Livelli Essenziali di Assistenza (Lea, ndr). Parliamo, cioè, di quelle tutele di salute minime che dovrebbero essere, queste sì, garantite per legge, siccome fanno riferimento a principi costituzionali”.

In un certo senso, dunque, la sanità è vittima della finanza?
“Esattamente. Non ho mai avuto paura di dire che il mancato finanziamento del servizio sanitario nazionale dipenda dalle folli regole della burocrazia europea, a partire dal tetto del 3%. Che è un vero e proprio cappio al collo per gli italiani. Ma c’è dell’altro”.

Ci dica.
“Accanto alla finanza ci sono la politica e l’incapacità spesso di gestione delle Aziende sanitarie. E qui sono centrali le nomine troppo discrezionali in ambito regionale. Penso ai Governatori della Regione Calabria e Campania (Mario Oliverio e Vincenzo De Luca, ndr) che non fanno mai riferimento all’albo nazionale dei direttori generali per queste nomine apicali. Spesso ricorrono per aggirare le regole all’istituto dei commissari a capo delle aziende sanitarie, nonostante la legge dica di far riferimento all’albo. Bisognerebbe scegliere per titoli e competenze; a volte invece si finisce con lo scegliere dirigenti in virtù di reti clientelari”.

Pensa che col nuovo Governo tali atteggiamenti possano cambiare?
“La speranza è adesso mettere un freno a queste regole assurde e cominciare a trovare risorse per ridare il maltolto alla sanità pubblica di modo da farla rivivere”.

Quale sarà il primo obiettivo alla ripresa dei lavori parlamentari?
“L’obiettivo è recuperare risorse, a partire già dalla prima legge di bilancio. Non basterà ovviamente solo quella, ma sarà l’inizio per avviare un cambiamento. Sarà necessario fare in modo che anche il ministero dell’Economia metta a disposizione le risorse necessarie per far respirare la sanità pubblica”.

Pensa che la sua proposta di commissione d’inchiesta possa veder la luce?
“L’obiettivo non è denigrare medici e personale sanitario, ma individuare le responsabilità politiche. C’è da dire che in questa nuova legislatura c’è già un focus sul tema e quindi io sarei già soddisfatta se si mettessero a disposizione da subito le risorse per assumere e per rimettere in sesto gli organici delle varie strutture”.

Si è partiti col piede giusto, insomma.
“Certamente è ottima la stretta, voluta dal ministro Grillo, su liste d’attesa e intramoenia, che a volte sono un business oscuro che ha generato sprechi e inefficienze, alimentando la sanità privata. Che è giusto ci sia, ma a integrazione del pubblico, non deve invece prenderne il posto”.

Parla Falconi (Tribunale dei diritti e dei doveri del medico): “Uno dei sistemi migliori al mondo ormai accessibile
solo ai ricchi”

MARIO FALCONI PRESIDENTE ORDINE PROVINCIALE DI ROMA DEI MEDICI CHIRURGHI E ODONTOIATRI

MARIO FALCONI PRESIDENTE ORDINE PROVINCIALE DI ROMA DEI MEDICI CHIRURGHI E ODONTOIATRI

Non bisogna formulare giudizi affrettati, perché “l’iscrizione nel registro degli indagati è un atto dovuto. Vedremo le indagini della magistratura a cosa porteranno” (in riferimento al neonato morto agli Spedali Civili di Brescia, ndr). È chiaro sul punto il dottor Mario Falconi, presidente del Tribunale dei diritti e dei doveri del medico.

Nell’ultimo periodo, però, non sono pochi i casi di malasanità che si sono verificati. Secondo lei da cosa dipendono?
“I fattori possono essere molteplici. Ciononostante c’è una precisazione da fare”.

Quale?
“Abbiamo ancora uno dei migliori sistemi sanitari al mondo”.

Ma stiamo proseguendo sulla “retta via”?
“Ecco, qui sono costretto a dirle di no, non stiamo andando bene rispetto al passato”.

Per quale ragione?
“Ci sono differenze eccessive tra Regioni e Regioni e lo Stato non riesce più a governarle”.

Questo cosa comporta in concreto?
“Che un conto è avere una malattia in certe zone del Paese, un conto è in altre. In più i finanziamenti sanitari progressivamente tendono a diminuire col blocco degli organici”.

Come vede il futuro della sanità italiana?
“Se si continua su questa strada non bene. Siamo in presenza di una sanità che tende e privilegiare chi ha soldi e chi può pagarsi le prestazioni rispetto a chi è poveraccio”.

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