Sempre la solita soffeRenzi. Il suo manifesto è già vecchio. L’ex segretario dem pubblica “Un’altra strada”. Non si pente di nulla e spara su tutti, dai suoi ai 5S

di Carmine Gazzanni
Politica

Uno dei più grandi sociologi politici di tutti i tempi, Max Weber, diceva: “Ci sono due modi di fare il politico: si può vivere ‘per’ la politica oppure si può vivere ‘della’ politica”. Quando si ottiene una sonora sconfitta, bisognerebbe fare un passo di lato; quando se ne ottengono più di una, di passi di lato bisognerebbe farne diversi. Esattamente quello che non continua a fare Matteo Renzi, che ora torna in libreria con un saggio-manifesto: Un’altra strada. Idee per l’Italia di domani.

E già così è difficile non ridere, considerando che parliamo di chi ha, suo malgrado, ha affondato il Pd e il centrosinistra. Ma c’è di più. Renzi, infatti, ha deciso di lanciare il suo libro con un’intervista rilasciata ieri a Sette e con una conferenza stampa. E, forse, lì ha dato ancora il meglio. Già, perché ci si sarebbe immaginato un mea culpa iniziale prima di lanciare le fantastiche “idee per l’Italia di domani”. E invece no. “A differenza dei comunisti, penso che se uno si deve pentire si pente davanti a un confessore”, ha detto il senatore dem. Che come ex leader del maggior partito di centrosinistra non è proprio un incipit azzeccato.

Eppure, dice il senatore nell’intervista rilasciata a Gian Antonio Stella, le pagine del suo libro sono “un inno al futuro”. A differenza di quei “cialtroni” (copyright by Renzi) dei gialloverdi. A cominciare da Giuseppe Conte, uomo dell’establishment, attacca l’ex senatore. Che poi rivela qualcosa di cui nessuno si era mai accorto fino ad ora: “Ero io l’estraneo, il barbaro, l’anti-establishment”. Lo era certamente con l’Air Force Renzi, con le cene con i potentati italiani, con le nomine calate dall’alto (vi ricorda qualcosa Maria Elena Boschi candidata a Bolzano?), con promesse folli stile-Berlusconi a cominciare proprio dal Ponte di Messina.

L’ex premier, però, a quanto pare preferisce avere memoria corta che gli consenta di lanciare un nuovo manifesto. E lo fa – manco a dirlo – condendo il tutto con offese e improperi rivolti a chiunque. Salvini? “Una Chiara Ferragni che non ce l’ha fatta”. Il Governo? “Cialtroni populisti che in 6 mesi ci hanno portato in recessione. Come minimo portano sfortuna”. Il manifesto di Calenda? “Non metto bocca”. Ma ce n’è anche per il Pd (che pure definisce “casa sua”): “Alcuni nel partito hanno la sindrome del beneficiato rancoroso”. Offesa e citazione di Giulio Andreotti. Emblema proprio del futuro, chapeau.

E il Movimento? “Sono passati dal gridare onestà a dare il salvacondotto a Salvini. Sono aggrappati alle poltrone”. Il che fa un po’ ridere, considerando che a parlare è proprio chi un tempo disse che avrebbe lasciato la politica nel caso in cui avesse perso al referendum del 4 dicembre 2016. Salvo poi restare in politica, in sella al Pd e affondarlo completamente. E ora eccolo fare sermoni che, dispiace dirlo, hanno la stessa credibilità del “C’era una volta”. Ma, tra un affondo e l’altro, tra un attacco sul Tav e uno sul caso Diciotti, il picco di comicità è raggiunta da Renzi proprio ricordando il suo referendum costituzionale.

La scottatura – non c’è dubbio – dev’essere ancora troppo fresca (dopo più di due anni!): “In questi ultimi dieci anni ho conosciuto vittorie e sconfitte- La sconfitta che più mi ha segnato – dice l’ex premier – è quella al referendum. Se le cose fossero andate diversamente e avessimo vinto, ora l’Italia sarebbe un paese diverso”. Che è come dire che 19.421.025 italiani (tanti votarono per il no alla riforma) capiscono ben poco. Alla lontana (e manco tanto) ricorda Silvio Berlusconi che pochi giorni fa ha dato del “fuori di testa” a chi vota M5S. Insomma, come inizio per chi vuole proporre “idee per l’Italia di domani”, non è male.