Sullo stadio della Roma pure il business degli espropri. Non gode solo Parnasi, è un affare pure per Armellini

di Stefano Sansonetti
Economia

Chi l’ha detto che con il nuovo stadio della Roma i costruttori a “godere” sarebbero soltanto quelli del gruppo Parnasi? Dalle pieghe del progetto, infatti, viene fuori che all’incasso passerebbe anche un’altra celebre stirpe di palazzinari romani, non sempre adeguatamente messi a fuoco, ovvero gli Armellini. Un gruppo che recentemente è stato protagonista di altre vicissitudini immobiliari romane, non proprio fortunate, come quella relativa alle ormai famose torri dell’Eur. Senza contare che qualche tempo fa una rampolla di famiglia si è trovata coinvolta in un maxicontenzioso fiscale, sorto proprio intorno al suo impero immobiliare.

Il dettaglio – Sta di fatto che se si fa un po’ di “archeologia” internet, luogo prediletto per il movimento grillino, si scopre che due anni fa il gruppo in questione era stato preso di mira dall’allora consigliere comunale pentastellato Daniele Frongia, fedelissimo della sindaca Virginia Raggi, oggi diventato assessore capitolino allo sport. Per capire questa “spigolatura” del grande affare, però, bisogna fare un passo indietro. Nel progetto di sviluppo immobiliare dell’area di Tor di Valle, con non si limita solo allo stadio, c’è scritto che le aree coinvolte sono per 547mila metri quadrati di proprietà del soggetto proponente, ovvero della società Eurnova dei Parnasi; per 86mila metri quadri di proprietà pubblica; per 451mila metri quadri di proprietà di privati, soggetti a esproprio. E’ su quest’ultima fetta che bisogna concentrarsi, tenendo presente che chi viene espropriato passa naturalmente all’incasso, vedendosi riconoscere un bell’assegno (maggiorato nell’occasione della famosa dichiarazione di pubblica utilità risalente ai tempi della giunta di Ignazio Marino). Ebbene, di chi è la proprietà della maggior parte di questi 451mila metri quadrati? Una delle prime risposte venne fornita proprio da Frongia in una seduta del consiglio comunale datata 22 dicembre 2014, in occasione della delibera di dichiarazione di pubblica utilità di quelle aree. Frongia, evocando un “regalo di Natale” ai poteri forti, citò la società proprietaria della magna pars delle zone sotto esproprio, ovvero la Immobilquindici. E lo stesso esponente grillino la ricondusse alla famiglia Armellini, già protagonista di diversi rapporti con il Campidoglio. Da lì un po’ di attenzione al tema è cresciuta, anche se il nome è rimasto defilato. Qualche articolo di giornale ha aggiunto il nome di un’altra società, la Filemone, anch’essa proprietaria di parte delle aree da espropriare e sempre riconducibile agli Armellini. In quell’intervento, però, Frongia arrivò a dire che il vero affare (ma forse si riferiva solo alle aree sotto esproprio) è proprio in capo agli Armellini. I quali dagli espropri dovrebbero mettere in cascina più o meno 25 milioni di euro. Poca cosa rispetto agli incassi attesi dal gruppo Parnasi. Ma comunque una “spigolatura” che fa emergere altri interessi dietro al progetto.

La storia – Che poi chi ha buona memoria dei progetti immobiliari romani ricorda che gli stessi Armellini, in cordata con altri immobiliaristi-palazzinari come i gruppi Toti e Marchini, entrarono anni fa nel progetto residenziale firmato da Renzo Piano al posto delle tre torri dell’Eur. Progetto nel quale un 50% era in mano a Fintecna, società del Tesoro. Ma tutti i privati, alla fine, sono fuggiti a gambe levate di fronte alla mole dei debiti e alla irrealizzabilità del progetto. Per non parlare di Angiola Armellini, rampolla di famiglia che a inizio 2014 era stata accusata dall’Agenzia delle entrate di aver occultato al Fisco più di 1.200 immobili, sostanzialmente riconducibili a lei ma formalmente intestati a soggetti di diritti estero. Una vicenda che ha portato l’imprenditrice a sborsare al Fisco diverse decine di milioni di euro.