Tangentopoli in Campidoglio. Cosa non si dice per colpire il M5S. Nel polverone il Movimento passa per il Psi di allora. Ma l’inchiesta non ha paragoni con quella di Mani Pulite

di Gaetano Pedullà
Editoriale

Ogni limite ha la sua pazienza diceva Totò, e visto che ci scappa da ridere partiamo dal re della risata per raccontarci l’ultima barzelletta. Dopo il presidente del Consiglio comunale di Roma, Marcello De Vito, arrestato per aver intascato presunte tangenti, adesso salta fuori che pure l’ex vice sindaco Daniele Frongia è indagato per corruzione. Frongia non è uno dei tanti assessori della Giunta capitolina, ma il collaboratore più stretto della sindaca Virginia Raggi, oltre che una colonna storica del Movimento fondato da Beppe Grillo.

Per i tanti detrattori dei Cinque Stelle, molti dei quali messi all’angolo per il ripristino dell’onestà come condizione essenziale nella gestione della cosa pubblica, quest’ultima iniziativa della magistratura è la prova provata che i 5S sono un partito come gli altri, e anzi peggiore, perché farcito di ladri che fino a ieri non erano riusciti a rubare solo perché privi del potere necessario per farlo. Ovviamente questa è una battuta degna del teatro dell’assurdo, perché senza scomodare Ionesco ieri su questo giornale non sono bastate due pagine intere per mettere in fila tutti gli indagati e condannati del Pd, Forza Italia e Lega.

Inoltre, ad eccezione di De Vito, tutte le accuse mosse sinora ad esponenti 5 Stelle riguardano abusi di ufficio connessi all’attività amministrativa svolta. Provvedimenti che in ogni caso hanno coinvolto pochissimi eletti nelle liste del Movimento a fronte di centinaia di parlamentari, consiglieri regionali e comunali ormai presenti in ogni parte del Paese.

Chi preferisce divertirsi con Totò può tornare però alla ricerca del limite oltre il quale finisce la pazienza e si può cominciare ad incazzarsi. Su qualche giornale e in tv ieri abbiamo sentito che i fatti emersi in Campidoglio sono una nuova Tangentopoli, accostando a sprezzo del ridicolo un’inchiesta che coinvolse quasi tutte le Procure italiane, con oltre cinquemila persone finite in tribunale, con dall’altra parte una vicenda importantissima ma al momento limitata a pochi imprenditori, politici e funzionari pubblici.

Una cazzata, insomma, ma perfettamente funzionale a ingigantire le responsabilità degli unici due eletti dei Cinque Stelle chiamati in causa, al netto del funzionario Raffaele Marra e dell’allora presidente dell’Acea, Luca Lanzalone, mai candidato con il Movimento seppure chiamato nella sua qualità di manager a occuparsi di un’azienda comunale. In perfetta continuità con l’ordine di scuderia impartito ai giornaloni chissà da chi (forse gli editori?) per screditare in ogni modo i 5S, ora bisogna spararla più grossa che si può, affinché gli italiani aprano gli occhi e comprendano che Luigi Di Maio non è diverso da Nicola Zingaretti, Silvio Berlusconi e Matteo Salvini, mischiando in una stessa salsa ingredienti molto diversi.

Per evitare di mandare già una pietanza tanto indigesta, facciamo allora un po’ di chiarezza, a partire dalla posizione di Frongia, che peraltro si è subito sospeso da ogni incarico anche nel Movimento, in coerenza con la trasparenza promessa agli elettori. La contestazione che gli viene mossa parte da una vicenda raccontata da Parnasi ai pm e uscita sui giornali lo scorso settembre. Lo scorso giugno il costruttore che doveva realizzare lo stadio della Roma aveva chiesto all’assessore M5s il nome di una persona da inserire come responsabile delle relazioni istituzionali di una sua società, la Ampersand. Frongia, come ha raccontato lo stesso Parnasi – avrebbe proposto una persona che peraltro non fu neppure assunta. Parnasi inoltre non avrebbe mai rivelato pressioni o richieste di favori da parte di Frongia, tanto che l’indagine è partita come atto dovuto ma la posizione dell’assessore sembra avviata verso l’archiviazione.

Cosa diversa è la posizione di De Vito, che ieri si è parzialmente difeso negando ogni addebito e sostenendo di poter spiegare tutto. Cosa che c’è da augurarsi, anche se il profilo giudiziario è una cosa e quello politico un’altra, e dunque indipendentemente dai reati che potrebbero essere accertati, resta l’inopportunità di aver condiviso prestazioni professionali pagate da soggetti legati al Comune di cui era amministratore.

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